lunedì 24 dicembre 2007

2007 : In Nominae Relapse

Per chi ama le sonorità dure e contaminate questo 2007 che volge oramai al termine non può non essere ricordato come l'anno della Relapse. La label statunitense, da febbraio a novembre ha immesso sul mercato una considerevole mole di album di livello medio-alto, marchiando probabilmente il suo periodo più prolifico. della macchina da guerra gestita dalla premiata ditta Yurkiewicz/Jacobson. In un anno poverissimo di dischi di rilievo in ambito Metal (con la M maiuscola), la perseveranza, l'attenzione e lo "stile" dell'etichetta guidata dal binomio Yurkiewicz/Jacobson sono davvero una delle pochissime note intonate dell'attuale (e sempre più spompato) panorama metallaro. Peccato solo che Neurosis e Nile si siano congedati dal parco delle (mostruose) meraviglie Relapse, altrimenti la concorrenza sarebbe stata seriamente rasa al suolo.

Gli album menzionati sono ordinati in ordine cronologico in base alle date di pubblicazione ufficiali. Tutte le uscite sono state recensite dal sottoscritto e trovate i relativi articoli nell'archivio della webzine Silent Scream ed alcune in quelli de Il Cibicida e Taxi-Driver.


06.02 : CAR BOMB Centralia

Discendenti di gente come Dillinger Escape Plan e Today Is The Day, aspettarsi docili carezze felpate dai Car Bomb sarebbe utopistico. La band picchia con fare nevrastenico e convulsivo anche se ogni tanto si avverte una certa inesperienza nel songwriting. Il loro math-core è ben costruito e mette in rilievo certe doti personali, nonostante le evidenti ascendenze. Da tenere sott'occhio, nome che promette scintille future.
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06.02 : THE END Elementary

Le luciferine visioni di un
caotico albo come "Within Dividia" non parrebbero nemmeno appartenere alla stessa formazione che forgia questo Elementary. Con un nuovo vocalist, i The End ripartono (quasi) da zero, tenendosi la claustrofobia del passato, ma guardando adesso a lidi sonori differenti, come il thrash evoluto di Meshuggah e SikTh ed il progressive moderno di marca Tool. E' un disco non semplice da assimilare, nonostante vi siano non rare aperture melodiche ed alcune songs accessibili come The Never Aftermarth e Throwing Stones. Album cupo che è un vero e proprio bivio per i canadesi ma che dimostra che sotto la ferraglia dell'esordio vi era ben più che un'iconoclasta voglia di radere al suolo tutto.
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20.02 : MINSK The Ritual Fires Of Abandonment

La psichedelia del nuovo millennio passa inevitabilmente da qui. Il rituale dei Minsk espianta l'anima dal corpo e la dissolve in un pulviscolare nirvana che chiude definitivamente l'opprimente samsara che ci lega a questo mondo e alle sue sofferenze, ai suoi dolori. Ma prima bisogna sciogliere i legami e abbandonare tutto, il sangue e la carne compresi. Onde che si alzano e si abbassano lente, magmatiche, nel cerimoniale in cui Tool, Neurosis e Dead Can Dance si fondono in un tutt'uno. Il picco più alto del 2007 targato Relapse.
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20.02 : RWAKE Voices Of Omens

Malvagi e sporchi come pochi in giro, i Rwake si confermano tra i migliori esponenti del doom/sludge. Andature rallentate che fanno largo ad improvvisi colpi d'acceleratore, tetri intarsi acustici, una voce psicopatica e malefica a rendere ancora più lercio un sound venuto direttamente dal fango. Ci si immagini i Mastodon dediti al doom, ma sempre disposti a rifilare stilettate di un certo calibro. Classe cristallina da un mefitico acquitrino e Voices Of Omens un disco da ricordare. I compagni di label Unearthly Trance sono avvisati.
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06.03 : ALABAMA THUNDERPUSSY Open Fire

La sola title-track sintetizza perfettamente l'essenza di un disco che pesca direttamente negli stilemi classici dell'heavy-metal. Ad incendiare il microfono c'è Kyle Thomas, ex-vocalist dei dimenticati Floodgate, e la band tira fuori una prestazione maiuscola carica di potenza e compattezza. Un pò più lontani dall'hard-sludge dei dischi precedenti ma non meno muscolari, i Thunderpussy aprono il fuoco e accade il finimondo. Album tosto e conferma per un gruppo che si tende spesso a mettere in secondo piano, sbagliando.
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06.03 : DYING FETUS War Of Attrition

Ad onor del vero, uno dei lavori migliori usciti in questo anno di vacche anoressiche in ambito metal tradizionale. Ed è tutto dire, perché i Dying Fetus non fanno altro che riprendere ciò che han sempre fatto, ma magari con una punta di hardcore in più che certifica una lieve apertura nella rinomata ortodossia dei newyorkesi. I quali sparano fuori un lavoro denso ed efferato che non lascia scampo, come da tradizione.



12.03 : LENG TCH'E Marasmus

Forse un'evoluzione
del genere era anche prevedibile, ma i belgi Leng Tch'e vanno oltre. Dal furibondo e "nasumiano" grind-core di "The Process Of Elimination" si giunge ora ad un (brutal)death metal evoluto, venato di sludge e stoner, aperture un pò più rock del solito ed una complessità, figlia di una certa maturità, ed un affrancamento dai prodromi di base non indifferenti. Segno che oramai l'impermeabilità di un linguaggio sonoro tanto scandagliato come quello del grind-core non fa più parte della nuova generazione di mutanti della musica pesante.
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15.05 : ANTIGAMA Resonance

Invero uno dei punti più bassi di quest'annata per l'etichetta. E dire che dagli Antigama, dopo il bel "Zeroland", ci aspettavamo di sicuro un album di tutto rispetto. I polacchi invece si limitano al minimo sindacale, ricusando le peculiari sortite semi-industriali dello sperimentale disco precedente ed accodandosi al trend del grind/death schizofrenico. Resonance non è un disco da buttar via, ma poco riesce a farsi ricordare in termini di freschezza di idee. Potevano decisamente far di meglio.
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29.05 : CEPHALIC CARNAGE Xenosapien

Già di per sè condivido le "fantascientifiche" teorie evoluzioniste dei Cephalic Carnage, poi se tirano fuori una roba come Xenosapien, album violento cerebralmente ancor prima che fisicamente, finisce che questo va a piazzarsi come uno dei migliori lavori estremi dell'anno. Un pò meno sperimentale di "Anomalies", questa nuova prova ribadisce la caratura del five-piece di Denver, che si prende pure il lusso di infilare un sax inatteso in G.lobal O.verhaul D.evice, mentre tutt'attorno è un perenne stridere di ferraglia insanguinata. Da annoverarsi tra i nuovi maestri del metal estremo.
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12.06 : PIG DESTROYER Phantom Limb

Ciò che è stato detto in chiusura del trafiletto sopra vale anche per i Pig Destroyer. Phantom Limb non ha riscosso unanimi consensi com
e accadde per il terrificante "Terrifyer". Probabilmente non tutti hanno colto il coraggio della band guidata da J.R. Hayes, intenta ad uscire dai reticoli del grind-core ultra-sparato e pronta ad aprirsi verso sonorità non ancora esplorate (almeno per loro) come lo stoner ad esempio. Le rasoiate thrasheggianti che i Pig Destroyer sanno infliggere farebbero impallidire persino i maestri Slayer tanto sono feroci e malefiche e non sto mica scherzando. Provare per credere, miei piccoli San Tommaso.
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27.08 : COLISEUM No Salvation

La Relapse se l
i è accaparrati direttamente dall'interessante catalogo della Level Plane dopo un debutto eponimo di tutto rispetto. Affetta dal punk/crust, quella dei Coliseum è una perene scorribanda a metà tra High On Fire e Motorhead, ma plasmata con una decisa personalità che lascia intendere buoni sviluppi futuri. Ryan Patterson, mastermind della cricca, trascina i suoi come la motrice di un tir lasciato in discesa senza freni verso la distruzione del mondo. Alla fine non vi è nessuna salvezza, sia chiaro.
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04.09 : BARONESS Red Album

Questo è uno degli album sordio migliori che mi sia capitato di ascoltare negli ultimi tre, quattro anni. Dando un orecchio ai due Ep che segnarono gli esordi del gruppo, una virata verso un sound così vintage e settantiano non era poi tanto facile da pronosticare. I Nostri tengono a bada l'ascendenza Mastodon e mirano a dare fisionomia ad un hard-rock che si fonde col progressive di nuova concezione, aprendosi a levigate digressioni psichedeliche, accentuando la componente melodica delle linee vocali, pur sempre parecchio "grattate". Rays On Pinion, Isak, Wanderlust, The Birthing, O'Appalachia, Wailing Wintry Wind sono i picchi più alti di un disco senza nessun momento debole. Persino l'artwork, realizzato dal vocalist/chitarrista John Baizley (alle prese con la cover dell'ultimo Pig Destroyer), è uno dei migliori dell'anno. Una nuova grande promessa: teniamoceli stretti.
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18.09 : HIGH ON FIRE Death Is This Communion

Ecco cosa vuol dire suonare heavy-metal legato alle radici in maniera fresca e senza cadere nei cliché del genere. Death Is This Communion è invero il capolavoro della creatura post-Sleep di Matt Pike, paladino di un sound arcano ma dannatamente moderno che spazza con un solo riff (quello dell'iniziale Fury Whip) porcherie ambulanti come Trivium ed Avenged Sevenfold dalla faccia del pianeta. Questo è il nuovo e vero Heavy Metal e gli High On Fire sono tra i migliori esponenti del genere. Un album grumoso e possente e devastante che non ci permette di rifiatare nemmeno quando i ritmi si fanno più blandi (Khanrad's Wall). Uno dei nuovi classici della musica pesante. Punto e basta.
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02.10 : ALCHEMIST Tripsis

Sempre indefinibili e con più piedi in una sola scarpa, gli australiani Alchemist continuano a dar vita ad album degni del rispetto degli appassionati di musica intelligente e ricercata. Le loro songs non sono mai banali e le atmosfere spaziali si coniugano perfettamente con quel peculiare riffing tagliente che in più punti ammicca alle dure caratteristiche post-core. Sanno dosare forza e cervello senza che le due componenti si sleghino, magari sperimentando un pò di meno, ma dimostrandosi una delle formazioni più convincenti ed incatalogabili in circolazione.


12.11 : DILLINGER ESCAPE PLAN Ire Works

Lo hanno detto tutti: oramai i Dillinger hanno la pattonite. E mi sa tanto che ai tutti non si può dar di certo torto. Questo è il loro disco più coraggioso perché il più melodico, quello che attirerà più critiche ma nel contempo dimostrerà quanto i Nostri siano tanto duttili quanto intelligenti. Fa un pò uno strano effetto sentire il rockabilly malato di Milk Lizard o l'heavy-pop di Black Bubblegum provenire dagli ampli di un gruppo che ha codificato un genere tanto oltranzista come il math-core di estrazione grind. "Miss Machine" è il loro masterpiece, questo certifica la voglia di non rendersi schiavi degli schemi che essi stessi hanno creato. Gente con coraggio da vendere.
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mercoledì 19 dicembre 2007

NEUROSOUNDS VOLUME 1: STONES FROM THE SKY


È finalmente on-line NeuroSounds Vol.1: Stones From The Sky, la prima compilation sulla scena "post" underground italiana, messa a punto dallo staff del NeuroPrison, il forum italiano sui Neurosis e sulla scena post-hardcore.

I due cd sonorilasciati su licenze Creative Commons e sono gratuitamente scaricabili dal sito: neuroprison.blogspot.com

Di seguito la tracklist della compilation:

CD X

Vanessa Van Basten : La Scatola (6.10)
Lento : Need (5.50)
Morkobot : Zorgongollac (3.04)
Infection Code : Sweet Taste Of Sickness (4.50)
Tears|Before : Portland (6.32)
Incoming Cerebral Overdrive : Food (2.54)
Storm{o}: Inconsiderata Putrefazione (3.20)
Sicklown : Illusion (8.05)
Psychocean : Overtones (4.57)
Amia Venera Landscape : A New Aurora (7.09)
Juggernaut : Nailscratched (4.35)
Jagannah : Pyl (4.00)
Last Minute To Jaffna : Dawn (11.20)
Deflore : Home (3.05)

CD Y

One Starving Day : Black Star Aeon (12.34)
Fog In The Shell : The Night Will Not Stay (8.24)
Tomydeepestego : Mizar (11.27)
Three Steps To The Ocean : Submerged Universe (10.17)
Viscera/// : White Flies (7.53)
A Cold Dead Body : Our Best Years (7.05)
Orbe : Aleph (6.20)
Turquoise : Glimmervoid (8.20)
Larva : La Pioggia e Le Lumache (7.01)

lunedì 10 dicembre 2007

TOOL : Lateralus


Nel disquisire di vere e proprie pietre miliari della musica il rischio di tracimare in una secca pozzanghera di luoghi comuni e di concetti espressi fino allo sfinimento è sempre in agguato. Tutti hanno detto qualcosa in merito, tutti hanno sviscerato ogni minimo fraseggio di chitarra, ogni semplice virgola delle liriche, tutti hanno fatto affiorare messaggi reconditi reali o, a volte, mere allucinazioni, tutti hanno vivisezionato il corpus in maniera tanto minuziosa da non lasciare nulla nell'ombra. Dire qualcosa di nuovo su Lateralus? No, non è certo il mio compito, nessuna pretesa. Probabilmente il disco più influente e fondamentale della musica pe(n)sante del nuovo millennio. Non è necessario essere un fan dei Tool per convenire con l'assunto di cui sopra. Gran parte delle forme di metallo evoluto, del rock più fresco ed intelligente, dell'umbratile universo "post" ha contratto un enorme debito con la formazione di Adam Jones e Maynard James Keenan. La gestazione di "Lateralus" è lunga e un pò offuscata dalle nebbie del dubbio in merito al proseguo della carriera della band, alle prese con fastidiosi intoppi legali con la loro label, la Volcano, e side-projects di lusso (gli A Perfect Circle). Il suo parto giunge comunque il 15 maggio del 2001, quattro anni e mezzo dopo il già disarmante "AEnima". Alcune delle arcane accezioni del disco sono già espresse nel folle artwork realizzato dal visionario pittore Alex Grey ed ispirato dalle idee del chitarrista Adam Jones (i due si conobbero durante un'esposizione di Grey nel 1999), con rimandi all'anatomia, all'ascetismo orientale, alla cabala. La copertina, il cui disegno finale è la risultante di immagini sovrapposte, ben si sposa con le architetture sonore che i quattro musicisti sono in grado di concertare. Le composizioni smembrano la forma canzone, pur mantenendo fede all'impianto con un'idea nucleare supportata da una protesi che la amplia, ed intorno a ciò ruotano le diverse variazioni su tema, sempre pertinenti con la matrice del brano. Si ottiene così una coesione narrativa che lambisce la perfezione, in cui ogni song assume le sembianze di un capitolo che ha vita a sè ma totalmente assorbito nella trama generale. Il manto ritmico è rigoglioso di tempi dispari e spostamenti di accenti, spettro ampliato da tratti percussivi di impronta etnico-orientale (la triade Disposition, Reflections, Triad è il compendio finito), mettendo in mostra l'impressionante crescita tecnica di Danny Carey (il rullante secco di questo album ha fatto scuola, tra le altre cose). Il lavoro di Justin Chancellor al basso ne palesa non soltanto le abilità strumentali, ma è evidente l'enorme duttilità del suo stile, ancor più che rispetto al passato chitarrista aggiunto con le sue trame fitte e fondamentali per la coralità dell'opera. Adam Jones si prende la briga di ridisegnare i paradigmi della chitarra rock moderna, facendo di una precisa ampiezza degli intervalli una delle caratteristiche principali del suo riffing. Le salmodianti melodie di Maynard James Keenan paiono strisciare sui tessuti strumentali penetrandoli tra le maglie ed omogeneizzandosi ad essi, complice anche il particolare trattamento della voce, equalizzata e mixata in maniera alquanto singolare (pare incassata tra due muri e provenire da chissà dove, è al contempo disgiunta dal resto ma ne fa inevitabilmente parte all'origine). La produzione è in condominio tra la band e David Bottrill (già in cabina di regia per "AEnima") e rivela una cura maniacale dei suoni, spesso gelidi e distanti, i cui strati nascondono dettagli che emergono anche a distanza di anni dal primo ascolto. La macchina aliena si innesta e sette secondi più tardi il tribalismo di The Grudge invade i padiglioni auricolari, distendendosi tra sinuosi risvolti poggiati su un riff ipnotico ed altalene di pieni e vuoti con quel basso "lunare" a tagliare improvvisamente la corrente. Sin dalla prima traccia si può notare il particolare lavoro di distribuzione della metrica nei testi di Keenan, segmentati attentamente seguendo la sequenza ritmica delle sillabe di ogni parola. Cosa che è palese nel decadente neo-surrealismo di Schism, invero la traslazione di un componimento cameristico in partiture rock che avanza con una stralunata cadenza in un'impalcatura poliritmica legata da una sopraffina filigrana. Il dittico Parabol / Parabola coagula gran parte dell'essenza ascetico/esoterica dell'album, l'anima si dimena all'interno di un corpo che è un semplice mezzo, una forma materiale che ingloba ciò che di inafferrabile ma tanto prezioso è in noi. Ma il punto focale è la title-track, il cui titolo si rifà(rebbe) al processo di lateralizzazione dell'essere umano, e quindi, al continuo evolversi della mente nell'esistenza terrena. Il (quasi) minimale giro iniziale funge da ouverture ad un continuo susseguirsi di esplosioni e ribassamenti, in un ciclico giro di dinamiche semplicemente da manuale. Il climax finale è poi l'apogeo emotivo dell'intero disco, autentico vortice che risucchia ogni componente del nostro corpo in uno spazio indefinito ed indefinibile. La dinamicità delle canzoni è indubbiamente un aspetto molto importante e The Patient non ne è di certo esente (Eon Blue Apocalypse è il suo prologo, così come Mantra per "Schism"), con una prima sezione che cresce lenta e che si squarcia in prossimità del refrain, seguendo chitarre ruggenti (ed in certi momenti inoltrate in sentieri parecchio metallici), fino alla fine dove le bellissime melodie della sei corde supportano in "seconda voce" quella di Maynard. Ticks & Leeches appare sin da subito come un brano atipico, principalmente nell'approccio vocale graffiato e distorto, in cui gli esoterismi ritmici prendono il sopravvento. Con Disposition, chiosando la lirica, il tempo cambia e si fa ricco di penombre, e ci ritroviamo ad errare tra sentieri desertici rischiarati dal riflesso lunare, ambiente perfetto per la meditazione. Reflections così diventa la liturgia in cui Maynard sale in cattedra con le sue linee ipnotiche che zigzagano su tortuose evoluzioni orientaleggianti, e la trance si sposta lentamente dalla mente al cosmo tramite fasci luminosi di cui ancora una volta Adam Jones è l'artefice. A suggellare la "suite" giunge Triad, selvaggio assalto strumentale, stavolta un pò meno complesso del solito, ricco di insidiose eco, come se una tribù stesse officiando un rito propiziatorio. Chiude il cerchio la disturbante Faap De Oiad, grumosa massa di rumori che insidiano il monologo di un telespettatore americano spacciatosi per un impiegato dell'Area 51, successivamente rivelatosi uno scherzo: resta comunquea alto il tasso di suspence, soprattutto quando la telefonata si interrompe improvvisamente. "Lateralus" è il punto di non ritorno dei Tool e del rock, adesso mutato in maniera irreversibile. Forgiato in un non identificato angolo della ricerca artistica, questo albo è un oscuro monolite che irradia fascinosi e misteriosi raggi magnetici capaci di proiettarci in una dimensione ultraterrena. Esperienza sacra di una sacra realtà.

(Volcano, 2001)
The Grudge / Eon Blue Apocalypse / The Patient / Mantra / Schism / Parabol / Parabola / Ticks & Leeches / Lateralus / Disposition / Reflection / Triad / Faap De Oiad.

martedì 13 novembre 2007

DAVID SYLVIAN & ROBERT FRIPP : The First Day


Il conciliabolo tra due assoluti titani della musica intelligente non poteva restare segreto, una cosa per pochi intimi. Le assonanze bibliche scorrono fluide: sette canzoni, un titolo eloquente dai chiari riferimenti alla settimana di alta ispirazione creativa di un fantomatico dio. Ma stavolta a salire sul podio divino sono questi due enormi musicisti che sin dall'iniziale funky sincopato su scale armoniche sbilenche di God's Monkey danno saggio, come se ci fosse da dimostrare ancora qualcosa, di cosa può accadere in incontri ravvicinati come questo. The First Day miscela in maniera estremamente naturale, quasi fosse cosa accessibile a tutti i comuni mortali, ricercatezza e sperimentazione formale con la fruibilità di melodie null'affatto scontate. Sylvian, col suo timbro ipnotico, giustappone con estrema classe parabole vocali che mettono in luce non tanto il virtuosismo quanto una necessità comunicativa funzionale al contesto, quindi ben amalgamata al tessuto sonoro, qui invero particolare. Dal canto suo, Robert Fripp immerge frippetronics e fiammeggianti schitarrate un pò ovunque, senza però rendersi invadente. E' l'osmosi perfettamente riuscita tra i due musicisti ciò che rende grande questo album. A sostenere i Nostri in tale avventura giungono Trey Gunn al basso e Jerry Marotta alla batteria, session-men che non credo abbiano bisogno di presentazioni. Firepower si dilata a tal punto da accarezzare lidi space-rock non prima però di aver assisitito ai proverbiali dialoghi della chitarra di Fripp nei numerosi botta e risposta, legando questo momento a memorie kingcrimsoniane. Ovvio che la band-madre del geniale chitarrista sia presenza fissa nel retroterra dell'opera ed il minaccioso riff di Brightness Falls ha qualcosina da riferirci a riguardo. Un pò come quando sopraggiunge 20th Century Dreaming, arzigogolato e poliritmico trip psichedelico che congiunge i Grateful Dead ad acide visioni kraut. Già questo basta per servire il definitivo colpo di grazia ed arrendersi di fronte a tale manna artistica discesa da chissà dove. Ma siamo solo al venerdì, ci sono ancora due giorni di mirabilie da descrivere. Gli oltre diciassette minuti di Darshan elevano al cubo la vena creativa congiunta dei due, rifinendo l'immutabile asse funky con fraseggi jazzati e gli immancabili frippertronics. Bringing Down The Light è l'alba del nuovo giorno, l'ultimo di questo mistico viaggio, contemplativo discendere di polvere solare in una calma avvolgente, quasi confortante e si ha come l'impressione che anziché formarsi, qualcosa si stia lentamente dissolvendo nell'etere. La creazione è finita e rimaniamo a bocca aperta, noi comuni mortali.

(Virgin, 1993)
God's Monkey / Jean The Birdman / Firepower / Brightness Falls / 20th Century Dreaming (A Shaman's Song) / Darshan ( The Road To Graceland) / Bringing Down The Light.

sabato 3 novembre 2007

PSYCHOCEAN : "EMBRYONAL CONFINEMENT" OUT NOW!!




È uscito "Embryonal Confinement", il primo Ep della mia band, gli Psychocean. Il disco è gratuitamente scaricabile cliccando sul banner presente sulla nostra pagina MySpace

Le quattro canzoni incluse si muovono tra Tool, Mastodon, A Perfect Circle, Isis, Voivod e Deftones seguendo svolgimenti progressive.

Chiunque fosse interessato ad avere una copia originale, può inviare una e-mail al seguente indirizzo di posta: info(at)psychocean(dot)com.

Le composizioni sono rilascite sotto licenza Creative Commons .

P.S.: al più presto ricomincerò a scrivere fesserie su questo blog...chissà quando...

sabato 18 agosto 2007

NEW FACES

Seguire le vicende della rigogliosa scena underground statunitense equivale a perdersi in un marasma di nomi e sonorità che, il più delle volte, annaspano (anche senza speranza) in cerca del tanto agognato posto al sole. È innegabile che la rete sia diventato ora più che mai uno strumento parecchio efficace per conoscere nuove, piccole realtà (e per quest'ultime, per rivelarsi ad un pubblico che vada oltre i confini natii), d'altro canto il sovraffollamento di gruppi di qualsiasi estrazione sonora rende molto complicato ogni processo di scrematura: non di rado infatti, dal setaccio ne filtra qualcuno che non meriterebbe le attenzioni rivoltegli. In questa sede segnalo telegraficamente cinque formazioni pressochè sconosciute in suolo italico: la stampa ne parla poco o non ne parla affatto, il pubblico molto spesso ne ignora l'esistenza.

Littered With Arrows
(Goodfellow Records, 2007) è il secondo lavoro su lunga distanza per i temibili Destroyer Destroyer, five-piece dell'Oklahoma in vita da tre anni. Gravitano intorno al circuito Debello Records, agguerrita e microscopica label americana che ha in roster altre, interessanti bande di folli metallari come Anapparatus, Triumph Of Gnome, Machinist, El Cerdo, Operator Dead: Post Abandoned, tutte formazioni votate alla distruzione senza compromessi con fendenti death, grind e thrash in forma evoluta. I Destroyer Destroyer, sin dalla ragione sociale, eliminano anche il minimo residuo di dubbio riguardo la loro forza bruta: sono invero una micidiale macchina di morte che genera un chaos spaventoso in un ammasso apparentemente informe di urla giunte allo stadio terminale dell'isteria più acuta e stilettate elettriche discendenti tanto dal math-grind quanto dal death-core più belluino, senza ripudiare mid-tempos tritaossa. La loro violenza non conosce sosta, imperversa perpetua in ogni frammento di "Littered With Arrows", anche quando Off The Beaten Path, a metà tracklist, fa decelerare leggermente questa folle corsa verso la polverizzazione di ogni cosa.

Gli Apiary hanno esordito lo scorso anno con Lost In Focus per Metal Blade. Pur non inventando nulla (anche se in effetti il riffing è molto personale), i cinque americani demoliscono le barriere tra diversi linguaggi dell'universo metal, avendo come punto di riferimento le complesse architetture math-core. Ci si immagini una (ulteriore!) estremizzazione dei cervellotici schemi ritmico-tonali dei maestri Meshuggah, imbastarditi con le recenti evoluzioni (post)metal-core (i Deadguy sono spesso dietro l'angolo). La voce è un rigurgito di rabbia che si staglia su deraglianti chitarroni che stridono e si rincorrono in sviluppi prettamente prog. Metal d'assalto intelligente, li attendiamo per sconvolgerci ulteriormente in futuro.

Di metal hanno poco se non nulla i Souvenir's Young America, trio proveniente da Richmond, Virginia. La loro è una musica fortemente ispirata dai "viaggi" del post-rock strumentale (Labradford e Godspeed You! Black Emperor stanno nei paraggi, senza scordarci dei Grails), tenendo sempre ben presente la lezione "prog" di gente come Isis e Tool (autentici prodromi spirituali). C'è dell'ascetismo tra queste note, come un percorso interiore inarrestabile che pare generato dal disgelo del cuore, prima soggiogato in un malinconico torpore. Le immagini si fanno vive e tangibili in mezzo a chitarre riverberate e climi autunnali, qualche lievissimo squarcio doom tenta di farsi largo, residui ancora pulsanti dell'esordio di giusto un anno fa. An Ocean Without Water (Crucial Blast, 2007) è tutto questo ed oltre, flussi in movimento dopo ipnotiche soste, alba fluorescente dopo una gelida notte di solenne riflessione.

Ce l'hanno parecchio con l'amministrazione del loro paese. E non si può dar certo loro torto. Gli Architect da Syracuse, NY, sono incazzati fino al midollo e ce lo mostrano senza troppi patemi d'animo nel furibondo All Is Not Lost. Il singer Keith sembra un Corey Taylor nevrastenico e trascina il resto della cricca verso catastrofici scenari di distruzione urbana. Ogni song è un autentico colpo di falce che scippa letteralmente le teste. Dal background hardcore, e si sente a chilometri di distanza, gli Architect allestiscono un assalto all'arma bianca semplicemente spaventoso tanto è spietata la loro attitudine. Non mancano i tecnicismi tipicamente metal (il rifferama deve tanto anche alla fusione crust/doom) posti al servizio di una belligerante dichiarazione di intenti che pare la perfetta colonna sonora per gli ultimi istanti di vita prima di un'esplosione nucleare. Alla fine non vi saranno prigionieri.

I Graf Orlock sono gli ultimi ad essere menzionati in questo breve "focus on", ma non si intnda che siano meno talentuosi degli altri. Il loro "spazz-core" è malato e folle, come è giusto che sia, affetto dalla morbosa passione di quelli del gruppo per i film fantascientifici. Non mancano infatti ritagli di dialoghi provenienti direttamente dalle pellicole originali e persino il tema di "Jurassik Park" viene utilizzato per chiudere l'album (con The Dream Left Behind). Non c'è solo il tipico grind-core esasperato da queste parti, tante aperture si rifanno alla violenza tipica del thrash metal. L'artwork di Destination Time Tomorrow poi è un'autentica figata: fa un certo effetto vedersi sbucare la testa di Alien quando si apre il packaging alla ricerca del dischetto. È facile quindi intuire come questi ragazzi californiani siano gente dall'estro spiccato, non solo in termini musicali. Secondo Ep in carriera per la sempre attenta Level Plane Records per una delle migliori realtà del malatissimo panorama spazz-core.

venerdì 3 agosto 2007

IMPRESSIONS #4

FLOODGATE : Penalty
(Roadrunner, 1996)

I Floodgate hanno lasciato una sola, ma pur sempre validissima testimonianza della loro breve esistenza. Kyle Thomas, il frontman, fa adesso parte degli Alabama Thunderpussy, coi quali ha dato vta giusto questo anno all'ottimo "Open Fire". Penalty è un disco solido, impiantato su un rifferama derivato dai codici dei Black Sabbath, eterno punto di riferimento per chi si dedichi a certe sonorità. I Floodgate hanno dalla loro una buonissima vena melodica (complice la versatile voce di Thomas, qui affiancato dal fratello Kevin al basso) ed una spessa corazza vicina alla grassezza dello sludge (Through My Days Into My Nights sta dalle parti dei Crowbar, la seguente Till My Soil l'avrebbero potuta scrivere i Corrosion Of Conformity). Le distorsioni sono quindi corpose e sintetizzano il lato più muscolare del gruppo, mai troppo dipendente dagli ascendenti dei Seventies (ci sono anche i Blue Cheer da qualche parte sparsi), pur ammiccando non sporadicamente al southern rock (la ballad Whole fa però troppo il verso alla celeberrima "Planet Caravan" dei Sabbath). Band da molti dimenticata, non fondamentale, ma che se avesse perseverato sarebbe da annoverarsi tra i Big del genere.


COLOSSAMITE : Economy Of Motion
(Skin Graft, 1998)

I Dazzling Killmen furono una delle espressioni più fulminanti ed eminenti del math-rock statunitense della prima metà dello scorso decennio. Non è di loro che parlo in questa sede però (anche se lo meriterebbero eccome), ma dell'avventura successiva ad essi del vocalist (??) Nick Sakes, i Colossamite. Quartetto composto da ben tre chitarre (senza basso, c'è oltre solo la batteria di Chad Popple), la loro è un'incursione nelle lande più malate del math, cui si rifanno per certi incastri di chitarra spigolosi e caotici, oltre che per una schizofrenia jazzata nell'impianto ritmico. Le linee vocali (??) riescono ad uscire fuori dal consueto urlare sguaiato e folle solo nella riflessiva Busy Little Hand, Economy Of Motion per intero è mosso da pulsioni primitive, violente, ma anche di aperture di classe (Tooth Of DaVinci). Tutti tranne Sakes andranno, di lì a poco, a dar vita ai non meno folli (e molto più sperimentali) Gorge Trio, progetto di cui attendiamo notizie da un pò.


MAMMATUS : The Coast Explodes
(Holy Mountain, 2007)

Mammatus è il nome attribuito dai metereologi ad un'enorme e spettacolare formazione nuvolosa che si forma in particolari condizioni climatiche. È anche la ragione sociale adottata da quattro eccezionali musicisti di Santa Cruz, California, invero quanto di meglio si sia udito in tempi recenti in ambito progressive/psichedelico. La musica di The Coast Explodes pare confondersi con la natura, riappropriarsi di quella sua genuina naturalezza proiettandosi fin oltre l'esosfera, accendersi come una palla di fuoco e vibrare verso gli astri. È il rito primordiale di fusione della natura umana con gli elementi terrestri (The Changing Winds), la corsa al cardiopalma negli acidi percorsi space-rock dei precursori Hawkwind o degli Ozric Tentacles (la mostruosa opener Dragon Of The Deep Part Three (Excellent Swordfight), epitome del Mammatus-pensiero). Voce alta e allucinata che si insinua, senza mai salire in cattedra però, tra stilettate di giri chitarristici discendenti dello stoner. E dall'infinità dello spazio si torna sulla Terra e si scava, fino ad arrivare al nocciolo, al centro del pianeta per dissolversi tra gli incandescenti gas (la teminale title-track). Mai così retrò, mai così freschi, non una caduta, non un singolo passaggio a vuoto, quaranta minuti di alta scuola.

domenica 1 luglio 2007

PLAYLIST GENNAIO - GIUGNO

Primi sei mesi alquanto avari di grandi dischi, con non pochi nomi di punta che hanno "dato buca" con lavori interlocutori (Nine Inch Nails, Queens Of The Stone Age) o schifezze da mandare seduta stante nel dimenticatoio (Chris Cornell, Hella, Korn). A dir poco impressionante la penuria di uscite di rilievo in ambito estremo, pare che questo sia destinato ad essere un anno di vacche magre. In ogni modo, le opere di grande spessore per adesso sono col contagocce.


NEUROSIS : Given To The Rising




Si chiude un cerchi
o, se ne apre un altro, una nuova tappa del karma neurosisiano.



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Silent Scream Zine)





MINSK :The Ritual Fires Of Abandonment


I toni altamente evocativi delle composizioni elevano l'ascoltatore verso una dimensione tra
scendentale in cui lo spirito può uscire da un soffocante limbo ed epurarsi.



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Silent Scream Zine e su Il Cibicida)




IL TEATRO DEGLI ORRORI : Dell'Impero delle Tenebre


Tutto sta cadendo, tutto è in rovina sotto gli occhi di tutti, il mondo è un'ampolla riempita col siero della follia.



Recensione comple
ta on-line su Il Cibicida)



BATTLES : Mirrored


È molta la carne sul braciere dei Battles, il sapore è un pò particolare, ma
quando il vostro palato prenderà confidenza togliersela dalla bocca sarà problematico.


(Recensioni complete on-line s
u Silent Scream Zine ed Il Cibicida)



PORCUPINE TREE : Fear Of A Blank Planet


All'alta
qualità delle liriche va ad affiancarsi un tessuto strumentale pregevole e delle melodie altamente ispirate che, fondendosi in un tutt'uno, si tramutano in una lega inossidabile.



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HANNE HUKKELBERG : Rykestrasse 68


Arte semplice e ricercata quella della Hukkelberg, un disco di classe sia nei suoni quanto nella natura intrinseca delle canzoni stesse.





RWAKE : Voices Of Omens





L'universo doom-sludge ci regala un'altra gemma malefica.



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Silent Scream Zine)



SLEEPYTIME GORILLA MUSEUM : In Glorious Time



Terzo centro in carriera, roba che si addice solo a quei gruppi con delle idee in testa e le capacità per esporle.





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HACRIDE : Amoeba





Dire che gli Hacride sono una tra le migliori formazioni del prog estremo non deve apparire gratuita enfasi.



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GRAILS : Burning Off Impurities



Le impurità sbiadiscono lentamente e rimane il candore di un silenzio innocente e solenne, la genesi della vita stessa.



Recensione completa on-line su
Il Cibicida)


Vanno senza dubbio segnalate le buone uscite di Martin Grech e degli Angelic Process (opere che richiedono ancora altri ascolti di approfondimento), così come i nuovi lavori di Verdena, Nadja, Clutch, The Locust, Pure Reason Revolution, Pig Destroyer, Jesu, The End, Bokor, Aidan Baker, Fear Before The March Of Flames, Carnal Forge, The Chariot, Shellac e Wilco tra gli altri.

Da tenere d'occhio alcune interessanti formazioni apparse negli ultimi tempi come Lesbian, Middian, Manatees, White Lichens e Mammatus.

Qualcosa di meglio poteva uscir fuori da "Somewhere Else" dei Marillion, così come i 65 Daysofstatic: il loro "The Destruction Of Small Ideas" mi ha detto ben poco.

Alcune delle catastrofi sonore di quest'anno sono già menzionate nel preambolo di apertura, ma di certo gente come Dream Theater, Pelican e Marilyn Manson sfidano i nomi di cui sopra. Riguardo ai Tomahawk, onestamente non so che dire.


sabato 9 giugno 2007

HIGH TIDE

Sea Shanties

In un panorama musicale che poco concede alle sorprese ed ancor meno alle reali innovazioni, andare al ripescaggio di certe gemme dimenticate dai più pare essere una pratica confortante per chi si nutre di musica fuori dalle logiche del "consumo". Per anni gli High Tide sono rimasti sotto la polvere, ricordati solo "da chi c'era" e da uno sparuto manipolo di cultori e tuttologhi dell'hard-progressive britannico, quello esoterico e malvagio che band come Black Widow e Necromandus hanno contribuito a creare. Tra i prime-movers del prog nel vero senso della parola, il primo parto della formazione capitanata dal violinista Simon House e dal chitarrista Tony Hill (sono della partita anche Roger Hadden alla batteria e Peter Pavli al basso) è Sea Shanties, opera coeva ad un certo "In The Court Of The Crimson King" dei King Crimson, vero decalogo del rock progressivo. Di recente la Eclectic Discs, label inglese che dedica parte delle proprie operazioni alla ristampa di materiale anni '70, ha sottratto gli High Tide ad un immeritato dimenticatoio che per lungo tempo li ha resi prigionieri. I sea shanties erano dei canti tradizionali intonati dai marinai mentre scagliavano le proprie lance durante le battute di pesca. Il titolo fuso al nome della band può farci intendere come l'oceano e l'abisso e i moti evolutivi delle maree facciano sostanzialmente parte dello stile e delle immagini evocate dalle composizioni. Il sound della combriccola inglese, i cui albori risalgono al 1969, anno in cui "Sea Shanties" venne pubblicato, è acido e ruvido, reso ancor più particolare nello spettro cromatico dal violino di House, invero una seconda chitarra al servizio degli arrangiamenti. I punti di contatto coi King Crimson non si esauriscono con le sole coincidenze temporali: se si hanno ben presenti gli arrangiamenti con violino di "Larks' Tongues in Aspic" e "Starless And Bible Black" è facile individuare in Pushed, But Not Forgotten una (probabile) fonte di ispirazione. Anche i Blue Cheer si prestano come ottimo termine di paragone per quel riffing graffiante e cupo, sabbathiano ante litteram. Un ingorgo malato di blues, hard-rock ed escoriazioni psicheliche che si congiungono in lunghe digressioni improvvisative rigogliose di assoli e cambi di ritmica che spezzano la struttura tipica delle songs. E' un'aria densa quella circola da queste parti, e non di rado vengono evocati tempestosi scenari marini come nel delirante volo pindarico di Death Warmed Up, autentico capolavoro strumentale in cui l'estro di House ed Hill dipinge abissali correnti e schiumose emersioni che squarciano il liquido suolo. Le melodie sono proferite con spirito declamatorio (Futilist's Lament). L'approccio è pressoché devastante se lo si rapporta ai tempi (basti ascoltare la finale Nowhere per farsi schiacciare da certi passaggi che saranno poi appartenenti al corredo genetico dell'heavy-metal), e l'immaginario opprimente e sinistro hanno fatto di "Sea Shanties" una gemma delle tenebre di un periodo musicale tra i più vivaci ed innovativi della storia del rock a metà tra Grateful Dead, Atomic Rooster, Blue Cheer e King Crimson. O per meglio dire, in pieno stile High Tide.

(Liberty, 1969 - Eclectic Discs 2006)
Futilist's Lament / Death Warmed Up / Pushed But Not Forgotten / Walking Down Their Outlook / Missing Out / Nowhere

High Tide


Il discorso si complica in parte l'anno successivo con la pubblicazione del secondo (ed ultimo, almeno per quasi vent'anni) album cui viene conferito il nome della band stessa. High Tide dimostra una maggiore padronanza tecnica e compositiva, ne giova così una coesione ben più spiccata che concorre alla creazione di un impatto più impermeabile e meglio rilegato tra le maglie. I testi sono sempre improntati su tematiche oscure ispirate dalla letteratura romantica anglosassone (Coleridge fu un grande punto di riferimento), così come avvenne per le liriche del debutto. Blankman Cries Again è ossessiva nel suo continuo reiterare le melodia portante, col violino di House a dare un taglio quasi celtico e le parole trovano spazio solo nei primi passi del brano. The Joke è un tour de force tra lunghi assolo di chitarra che si distendono su grappoli di note in cui si trova respiro solo nell'acustico finale. Saneonymous, nei suoi quasi quindici minuti, addensa la pesantezza del riffing bluesato dei primissimi Black Sabbath in un lirismo vocale, paradossalmente il migliore che la band sia stata capace di proporre. "High Tide" è inverosimilmente un album sì più complesso, ma nello stesso tempo anche più snello: le composizioni si snodano principalmente su due / tre strutture portanti cariche di orpelli improvvisativi che donano dinamicità al discorso.

(Liberty, 1970 - Eclectic Discs, 2006)
Blankman Cries Again / The Joke / Saneonymous

Gli High Tide si scioglierano di lì a poco, sconfortati da una scarsa considerazione sia della critica che del pubblico e per circa venti anni il loro nome venne ostracizzato. La band è stata rimessa su da Hill verso la fine degli anni Ottanta con risultati alquanto discutibili e di scarsa rilevanza. Inutile dire che la fiamma nera che ardeva agli esordi è oramai irrimedibilmente spenta. Restano comunque in eredità due album di eccezionale bellezza e dall'arcano fascino, che a dispetto delle solite cronache della storia del rock, hanno dato non poco al progressive e all'hard-rock, con quei suoni aggressivi e malefici, caratteristiche che lentamente il metal ha assorbito e fatte proprie. E' giusto quindi togliere la polvere dai cassetti della memoria e celebrare i giusti meriti di questo piccolo ma importantissimo nome.