giovedì 21 luglio 2011

martedì 19 luglio 2011

Questo blog fa ciao ciao con la manina

Questo blog chiude ufficialmente. O meglio, non sarà più aggiornato. Fine. Ma, morto un blog, se ne fa un altro. A breve i miei soliloqui migreranno altrove, con una formula diversa, un po' più rapida, ma tutto incentrato sulla musica, come di consueto.

A presto per aggiornamenti.

domenica 26 giugno 2011

RICK TOMLINSON : Night Time Recordings In Goteborg


Nasce a Bolton, ma è Manchester la sua casa artistica. Rick Tomlinson si accomoda in un angolo e gioca con le ombre, le respira e le trasforma in malinconica purificazione.

Tomlinson appartiene al ramo genealogico di Jack Rose, a cui deve il calore del fingerpicking, e di Sir Richard Bishop, a cui lo accomuna la fascinazione per gli arabeschi. In Night Time Recordings From Goteborg la chitarra acustica intona melodie solitarie avvolte in una fine patina meditativa.

Rustiche sfumature affiorano in diversi punti, soprattutto nella coppia finale Warm Winds – Smaltung, ma credo che con Daylight Over Calvi Tomlison superi sé stesso toccando il vertice assoluto di purezza poetica. Non esagero a dire che ascoltarla mi commuove e l'incanto che risuona tra le sue note ha la capacità di estraniarmi dallo spazio che mi circonda. Il volto sonoro si delinea su un arpeggio costruito su una scala di lacrime di cristallo tanto fragili che per ascenderla i passi devono tramutarsi in respiri. L'atmosfera dolente, quasi disperata mi ha ricordato l'inafferrabile verbo del Leopardi del “Canto notturno di un pastore errante dell'Asia”: la luna muta osserva il vagabondare di queste melodie che si distendono sulla flebile e tortuosa linea della vita, ne indagano il significato senza afferrarlo.

“Night Time Recordings In Goteborg” è uscito in sole 465 copie numerate a mano per l'ultramiscroscopica etichetta svedese Kning Disk.

Da avere senza alcun indugio anche gli altri due progetti in cui è coinvolto Tomlinson.
L'omonimo full-length dei Voice Of The Seven Woods (anche diversi Ep all'attivo) insieme al batterista Chris Walmsley e al bassista Pete Hedley è attiguo alle atmosfere del Tomlinson solista, ma con uno spettro ben più ampio: risuonano echi di Led Zeppelin, Davy Graham, Robbie Basho, Pentangle, kraut rock e persino Nick Drake nell'unico brano cantato, Silver Morning Branches.

Più irruento e abrasivo invece il progetto-fratello, Voice Of The Seven Thunders (anche qui un omonimo lavoro su lunga distanza), una sorta di rilettura raga degli Amon Duul II che strizza l'occhio a Jimi Hendrix. L'impatto è in apparenza più fisico, ma sotto scorre la filigrana che lo lega alle altre esperienze sonore di Tomlinson. Il nome scelto viene dall'Apocalisse di Giovanni.

Purtroppo su YouTube non ci sono tracce tratte da Night Time Recordings In Goteborg, ma in compenso, se volete farvi un favore, potete ascoltarlo per intero qui.

(2009, Kning Disk)

venerdì 17 giugno 2011

VEX RED : Start With A Strong And Persistent Desire

 
Li scoprii su Psycho!, rivista che, quando ero un imberbe moccioso alla magica scoperta delle chitarre pesanti, mi diede parecchie dritte. Si parlava di nu-metal per i Vex Red, ma secondo me è riduttivo e fuori luogo. 

Sì, c'è del crossover, ma è più una patina che il centro da cui tutto si sviluppa. Usciti per la I Am, l'etichetta di Ross Robinson, i Vex Red uscirono a loro volta di scena in breve tempo. Lasciarono solo queste undici canzoni intrise d'autunno a cui, però, non disdegnano le chitarre graffianti. 

Più vicini alla malinconia dei Radiohead che al disagio perverso dei (primi) Korn; distanti anni luce dalla violenza cieca e gratuita degli Slipknot o dall'hip-hop sfacciata dei Limp Bizkit, invero i Vex Red erano una creatura trasversale. 

Impregnata di emo-rock, la voce di Terry Abbott ripercorre anche i sentieri degli Alice In Chains, ma rifugge sia dagli intrecci corali di Staley e Cantrell, sia dal pattume post-grunge in voga nel 2002, anno di pubblicazione di Start With A Strong And Persistent Desire.

La forza di queste canzoni sta tutta nelle linee vocali, lineari e fruibili senza ricorrere ai luoghi comuni di una tristezza costruita a tavolino. Basta prendere The Closest e Can't Smile per mettere in chiaro le cose.
Sono forse i Deftones il gruppo cui più i Vex Red puntano lo sguardo in Clone Jesus e Dermo, ma non per questo li si può cacciare nella pentola del nu-metal (persino per la band di Chino Moreno è un'etichetta limitativa e alquanto arbitraria).

Passati in sordina dalle nostre parti, si inabissarono poco dopo nel silenzio. I litigi intestini stettero alla base dello sgretolamento del progetto. Il batterista Ben Calvert comparve nei Twin Zero di Karl Middleton a metà anni Zero, Terry Abbott fondò i Septembre di cui non so proprio nulla. Degli altri, a parte del bassista Keith Lambert che ha collaborato per breve tempo con Martin Grech, si sono perse le tracce sui palchi. Fine dei Vex Red.

(2002, I Am)

giovedì 7 aprile 2011

SHUDDER TO THINK : Pony Express Record


Erano i tempi in cui le major si fiondavano su qualsiasi entità dell'underground. “Nevermind” dei Nirvana aveva sdoganato definitivamente l'alternative-rock, oltre ad aver portato capitali nelle casse della Geffen, e nella corsa all'oro le grandi label avevano sguinzagliato i cani da tartufo alla ricerca di ipotetici tesori nascosti nel sottobosco. Non era raro che si scovassero patacche.

Gli Shudder To Think non erano affatto delle truffe, anzi. Messi sotto contratto addirittura dalla Sony dopo aver già pubblicato ben quattro dischi - di cui tre per la Dischord di Ian McKaye dei Fugazi - nel 1994 tirano fuori dal cilindro Pony Express Record.

Piallati i bozzi di uno stile che nel precedente “Get Your Goat” era ancora grezzo, a venir fuori è un autentico gioiello pop-core dalle molteplici sfumature.
Il cantante Craig Wedren è un funambolo che zigzaga a destra e manca con le sue melodie che non tengono alcun conto delle heavy-rotation su MTV. Le sue linee vocali sanno essere ruffiane ma senza scadere nel paraculismo (Gang Of $, Kissi Penny), ammiccano al grunge dei Soundgarden nei passaggi più power-rock (X-French Tee Shirt, So Into You), rielaborano i paradigmi faithnomoreiani di Mike Patton (Hit Liquor, Sweet Year Child). Il suo stile mi ricorda l'imprevedibilità dell'avant-prog più ostico, vedi i maestri Thinking Plague.

Il manto strumentale è spesso in contrasto con i giri vocali di Wedren, senza per questo essere entità separate. Le chitarre sono acide e iper-dissonanti, quello degli Shudder To Think è un rock che rivisita il concetto stesso di riff all'interno di canzoni sbilenche e aspre.

Fatto di hardcore made in Washington D.C. e pop, il sound della band è permeabile ad altri linguaggi musicali. Questa elasticità permette di dare vita alla ballata jazz di Room 9, Kentucky e al meta-blues di Own Me. E il quadro complessivo si mantiene assolutamente coerente.

Fa una strana sensazione pensare che un disco del genere sia uscito addirittura per la Sony. Questa è roba per orecchie abituate alle dissonanze, alle fratturazioni melodiche, ai suoni abrasivi e agli incroci stilistici più arditi. 

(1994, Sony Epic)


lunedì 28 marzo 2011

FAUN FABLES : Light Of A Vaster Dark


I Faun Fables mi conducono per mano in luoghi surreali, in scenari da fiaba nei boschi. Ma non sono storie a lieto fine dove tutti vivranno poi felici e contenti e sorridenti e metteranno su famiglia sfornando un branco di marmocchi che affollerà la contea come un'invasione di locuste. L'imprevisto è dietro l'angolo e spesso sento incombere una catastrofe che si rivelerà permanente, un danno irreparabile perpetrato da chissà quale oscura forza con una velenosa ed inarrestabile cattiveria. Sento occhi strisciare qui e là, nel buio, tra le fessure della vegetazione. Spiano, osservano e piccole lingue biforcute tramano piani diabolici.

Va bene, forse lascio che l'immaginazione viaggi un po' troppo slegata, ma è davvero quel che le loro canzoni mi suggeriscono, indipendentemente dai temi affrontati. L'inquietudine che traspira dalle atmosfere non si palesa con estrema evidenza, ma sorge pian piano tra le intercapedini, ribolle e sgorga per dipanarsi silenziosa e quando la scorgo è ormai una marea che sta per annegarmi.

Ok, sto esagerando.

Questo nuovo lavoro uscito nell'ottobre scorso, qui in Italia, non se l'è filato praticamente nessuno, a parte un paio di accorte webzine che non hanno esitato a elogiarne il potenziale. Si vede che tutti gli altri stavano tutti a sbrodolarsi su qualcos'altro. Me compreso, sia chiaro, che sono venuto a conoscenza dell'uscita di questo ultimo disco per puro caso qualche settimana fa.

Quarto lavoro per la coppia Dawn McCarthy – Nils Frykdahl (militante nei recentemente – e aggiungerei, tristemente – sciolti Sleepytime Gorilla Museum) e, senza ombra di dubbio, il punto più alto toccato in una carriera che si protrae da ben quattordici anni.

Light Of A Vaster Dark è in parte ispirato dagli scritti di Willa Cather e Laura Ingalls Wilder e batte la strada percorsa dal gruppo nelle precedenti pubblicazioni con un folk che richiama a chiare lettere la tradizione prog-folk britannica degli anni Sessanta, con Pentangle e Fairport Convention in veste di indubbi numi tutelari.

L'album ha una struttura particolare in cui degli Interludi fungono da spina dorsale e concorrono a dipingere quegli stranianti scenari fiabeschi cui accennavo all'inizio e di cui smetterò di parlare da qui alla fine di questo post. Promessa da chierichetto.

Qui dentro ci sono canzoni meravigliose nel loro stare in bilico tra tradizione dei settlers e ricerca melodica mai scontata: Housekeeper – che ha un eccellente solo di violino dall'afflato celtico -, Violet - che ricorda i bellissimi Espers -, la disperata title-track – che sa di foglie spazzate via da gelide brezze rigurgitate da un pozzo d'angoscia -, Hear The Grinder Creek – coi cori dissonanti che distorcono la scena per pochi istanti, come un fotogramma deforme che appare all'improvviso in una pellicola -, O Mary – il cui candore è prossimo a tramutarsi in infermo pallore -, Parade – che strizza l'occhio ai Jefferson Airplane - sono tutte figlie di una classe cristallina.

Il rituale di Sweeping Spell sa parecchio di Dead Can Dance, periodo-Spiritchaser.

Do atto ai Faun Fables di essere una band dall'estremo talento capace di non rendere mai banale un genere molto datato e di non cadere nella trappola del presunto plagio. Il loro peculiare tocco sulle composizioni è distinguibile tra le influenze e con questo album hanno raggiunto sul serio il perfetto punto di equilibrio tra solidità della scrittura, signorilità negli arrangiamenti, potenza evocativa.

Mi duole essere arrivato così tardi.

(2010, Drag City)


mercoledì 23 marzo 2011

JOHNNY CASH : At Folsom Prison


Questo è un cazzo di live. Sudato, intenso. Vissuto.

Quanti dischi dal vivo vengono pubblicati nel contemporaneo e iperaffollato mercato discografico con la stessa intensità, la stessa veracità, la stessa forza evocativa? Quelli d'oggi sono manufatti, “istantanee” - come piace tanto alle band chiamarli - false dalla testa ai piedi che non vengono mai lanciate in pasto ai fans, già pronti con gli euro stropicciati in mano, senza prima passare dalla sala operatoria per un bel lifting o una mastoplastica additiva che le renda impeccabilmente bugiarde. Live al botulino, pura plastica fondente 100%, meglio se arricchita da qualche ovazione degna dell'applausometro de La Corrida o di un'opprimente sit-com a caso. D'altronde, che ci si attende da una società che si specchia ammiccante nella sua terrificante bellezza in vitro?

Penso a Johnny Cash e sento la voce di uno che ne ha passate di cotte e di crude, ma che ha saputo conservare un'umanità ed una sensibilità profondissime, che sono poi affiorate in tutta la loro spoglia magnificenza nei lavori degli ultimi anni, su tutti la serie "American" registrata da Rick Rubin.

Poco importa se nella setlist alla Folsom Prison manchino alcuni cavalli di battaglia: Cocaine Blues, Folsom Prison Blues, 25 Minutes To Go, Orange Blossom Special valgono l'intero prezzo del biglietto, e non ho menzionato la toccante The Long Black Veil. Ma è uno show perfetto da cima a fondo tra ballate pastorali e accessi country da manuale. Musica che oltrepassa la pelle, s'intrufola nelle vene e si mescola col sangue diventando parte di te, frammento dell'enorme colonna sonora della tua vita.

Canzoni che sono storie di crimine, di esistenze trascorse dietro le sbarre tra passati difficili e presenti ancora più foschi. Ma Cash dà voce alla speranza dei reietti di questo mondo lercio ed ipocrita. 

Tossisce, sorride, interagisce col pubblico, Johnny. Sono le imperfezioni a rendere questo live l'immortale testimonianza di un evento che rivive nella sua riproduzione tecnica – ciao Benjamin.

La testimonianza di qualcosa dall'inestimabile valore. Di autentico. Di assolutamente umano.

(1968, Columbia)

domenica 20 marzo 2011

LONG DISTANCE CALLING : Long Distance Calling

 
Parlare in termini entusiastici di una band o un disco ad ogni post ridurrebbe questo blog ad una monotona bacheca di esaltazioni e, detto fra me e me – perché qui io parlo solo con me stesso – la faccenda comincerebbe a recarmi più sbadigli e sonnolenza che altro. Ogni tanto esporre il proprio rammarico per aver sprecato tempo e banda per un disco è un buon toccasana per ripristinare gli equilibri interiori.

I teteshki Long Distance Calling non si facevano vivi da due anni, ovvero da quando con “Avoid The Light” speravo di aver trovato i degni eredi dei Pelican, i quali dopo “Australasia” e “The Fire In Our Throats bla bla bla... “ si sono esposti al pubblico ludibrio con lavoretti che tacciare d'essere Orrendi è voler tenere la lingua educatamente a freno.

Questo eponimo terzo album del quintetto teteshko stenderebbe un orso tanto è inzuppato di luoghi comuni e di latitanza di pathos, quindi prevedibile e tedioso. Quello proposto è il solito copione che francamente conosco a memoria di lunghi brani post-rock tanto ligi ai dettami del genere e compiti che pure quando potrebbero spostarmi la scriminatura dei capelli dall'altra parte della testa con qualche bella sculacciata metallica pare che stiano accarezzando un cucciolo di foca appena nato col timore di fargli qualche graffietto.

Tutto ciò è insopportabile, lasciatemelo dire. Neanche la comparsa di John Bush, ex cantante degli Anthrax e uno che ti fa vibrare le guance come un phon gigante puntato in faccia con la sua vociona possente riesce a risollevare le sorti di questo dischetto: Middleville è una lunga power ballad che pare uscita dai Nickelback (con un po' più di gusto estetico, va detto).

Mi sa tanto che i Long Distance Calling siano degli eterni incompiuti. Ascoltandoli ho rivissuto quei patetici momenti nei ricevimenti scolastici quando la professoressa di turno, col suo sorriso maligno e ricco di soddisfazione informava mia madre – che poi si voltava verso me con un sorriso denso di rassegnazione – di avere un figlio «dalle grandi potenzialità ma che può fare molto di più». Ho pensato proprio a questo.

(2011, Superball Music)

sabato 19 marzo 2011

BELL ORCHESTRE : As Seen Through Windows


Andando a caccia di informazioni su una band mi sono imbattuto in questi Bell Orchestre. Rimasti in disparte per qualche mese, in questi giorni sto dedicando loro del tempo.

Il gruppo, che consta di sei componenti di base a Montreal, Canada, coinvolge anche due membri fissi degli Arcade Fire (Richard Reed Parry e Sarah Neufeld).

È musica sperimentale, di quella che soddisfa i miei appetiti. Sono parecchio astratti e cerebrali senza però scadere in monologhi autistici, hanno una spiccata componente colta senza per questo risultare affetti da irritante saccenteria. Impiegano spesso archi che li avvicinano ad ambienti da camera prossimi alla Penguin Café Orchestra, influenza troppo palese per non venire citata (su tutte l'iniziale Stripes), oltre a strumenti a fiato – tromba, trombone, corno e oboe - che conferiscono sontuose sfumature jazzy (soprattutto nell'emozionante title-track) e orchestrali.

L'umore generale del disco è tra il cupo e il trasognato con la testa ficcata dentro una crepa del muro per osservarne la realtà trasfigurata al di là.

Sanno riprodurre scenari d'oscura poetica ma anche eco provenienti da profondi moti marini (Elephants e c'è Julia Kent dietro l'angolo), poi si lasciano andare in improvvisi accessi gipsy, come dei Gogol Bordello ma più malinconici (The Gaze).

Disseminati qua e là ci sono riferimenti ai Clogs, ai Jaga Jazzist, al minimalismo di Philip Glass e ai The Kilimanjaro Darkjazz Ensemble e in Icicles/Bicycles si lasciano tentare dalla jungle. Il violino di Air Lines/Land Lines sembra venir fuori dalle sonate di Bach.

Tirano fuori pure una bellissima cover di Bucephalus Bouncing Ball di Aphex Twin, facendone emergere il lato melodico nascosto in quel groviglio d'elettronica d'autore.

Hanno pubblicato due dischi, As Seen Through Windows è il secondo – il primo è “Recording A Tape The Colour Of The Light” del 2005, fuori per Rough Trade.

Band davvero interessante da cui attendo un sequel degno, se non di più, di questo album.

(2009, Arts & Crafts)


SOUNDGARDEN : Live On I-5


 L'ho ascoltato oggi pomeriggio sulla loro pagina Facebook, in due rate perché tutto d'un fiato non ce l'ho fatta. È una collezione di canzoni live registrate durante il tour di supporto a "Down On The Upside" del 1996, l'ultimo lavoro in studio in ordine cronologico, fino ad oggi. Fino ad oggi perché i Soundgarden, dopo la fallimentare esperienza solista di Cornell - ridottosi tragicamente a vestire i panni di un aspirante Justin Timberlake quarantenne - hanno deciso di riunirsi, dapprima per alcune date live, negando fortemente la possibilità di scrivere del materiale inedito, salvo poi smentirsi appena qualche settimana fa. Insomma, da fan cresciuto a pane e grunge, con Soundgarden e Alice In Chains come portate predilette, mi preparo al peggio. Ok, Kim Thayil è sopravvissuto con alcune collaborazioni, alcune anche decenti; Matt Cameron s'è dato ai quattro quarti facili facili degli ultimi, discutibili Pearl Jam; Ben Shepherd non pervenuto (ma si vocifera sia stato on buona compagnia con un bel po' di bottiglie).

Che dire di questo live? Bella la tracklist con molti estratti da "Badmotorfinger", il disco che più apprezzo della loro carriera. Buona l'esecuzione strumentale ma niente di eccezionale. Vergognosa la performance di Cornell, spesso fuori nota, incapace di elevarsi vocalmente come in studio (ma questo è un fatto risaputo che è spesso emerso negli ultimi anni di attività della band ed acuito nelle recenti avventure di Cristoforo, vedi i dispensabili e ruffiani Audioslave).

Ah, una Rusty Cage così veloce non l'avrebbero suonata neanche i Sex Pistols - però il tiro ce l'ha. Da censura Jesus Christ Pose: non si può sfigurare un pezzo coi controcazzi come quello in quel modo.

C'è pure una cover di Helter Skelter dei Beatles e di Search And Destroy degli Stooges, per la cronaca. Solo per la cronaca.

Basta, lo mollo, non vorrei che la cena mi restasse qui - sto battendo la mano destra lì dove esofago e stomaco si incontrano amichevolmente.

Di buono c'è una copertina più in linea con la consueta iconografia del gruppo, elemento che era venuto a mancare col recente greatest hits "Telephantasm", in cui Josh Graham - curatore dell'artwork - ha dato il peggio di sé. 

(2011, Universal)


venerdì 18 marzo 2011

VIC CHESNUTT : Ghetto Bells


L'ho tenuto sepolto sotto la polvere per, quanto saranno stati, due anni? Forse tre. Lo avrò ascoltato sì e no un paio di volte, poi distratto da mille altre cose, me ne sono dimenticato. Probabilmente non mi aveva colpito più di tanto.

Piccola pausa di silenzio, poi fischietto guardandomi intorno.

Ok, faccio un sincero e completo mea culpa: non lo avevo capito. Non ero entrato in connessione col mood di questo che, insieme al precedente “Silver Lake”, è l'album più elaborato e quasi quasi il più affascinante del Vic Chesnutt degli ultimi anni.
L'ho (ri)scoperto un paio di settimane fa e ora non manca quasi mai di comparire tra i miei ascolti quotidiani.
Sono quindi due settimane che mi ritrovo con queste note che traspirano dalle casse e mi si posano sulla pelle come delicata brina. Ascoltare il compianto Vic intonare un canto d'amore come Virginia mi stringe il cuore in una morsa. Got To Me, Gnats, What Do You Mean? (in un teatrale scambio di incomprensioni tra Vic, cucciolo su di un trampolino, e un coro di voci femminili, quasi fossero l'incarnazione di una società incapace di accoglierlo e capirlo) sono sinceramente delle gemme di estrema eleganza. Ma è Forthright il gioiello di spoglia magnificenza: mi accompagna dolcemente verso un lago di confortevoli ricordi notturni e, centimetro dopo centimetro, m'immergo e trattengo il fiato e l'acqua mi accarezza e scorre intorno inesorabile, come i pensieri. Fuori parte un temporale che scheggia lo specchio d'acqua, ma in questo liquido tepore ciò non importa. Nulla ha più alcuna importanza.

(New West Records, 2005)


LIBRI : John Cheever , Il Nuotatore


Ritengo che la scelta della Fandango di mutilare “The Stories Of John Cheever”, la raccolta che fruttò al suo autore il Premio Pulitzer nel 1979, sia alquanto discutibile. Le opere fondamentali di uno scrittore, specialmente uno tanto importante (ma poco conosciuto dalle nostre parti) come John Cheever, andrebbero pubblicate nella loro interezza mettendo da parte certe arroganze imposte dal marketing.
In questo libriccino che ha lo spessore di un pamphlet (sono 56 pagine al “modico” prezzo di 5 euro), Fandango pubblica soltanto 3 estratti da quella raccolta, tra cui lo scritto più rappresentativo della poetica cheeveriana, ovvero il bellissimo e toccante “Il nuotatore” (che fu tradotto in opera cinematografica nel 1968 con Burt Lancaster). 
Lo stile di Cheever è pacato ed elegiaco e la sua prosa è avvolta da una semplicità linguistica che non ne ripudia la ricerca. Quelle di Cheever sono storie dell'America borghese di fine anni Cinquanta, quella benpensante che, sotto la maschera sorridente della quotidianità da mostrare ai vicini, occulta inquietudini e malesseri.
Il viaggio di Ned Merrill, il protagonista de “Il nuotatore” che attraversa l'intera contea nuotando da una piscina all'altra, è una serie di incontri che racchiudono ricordi, volti amici e cordiali radunati in feste, ma anche dolorose scie di un passato non del tutto chiuso. È uno sguardo spietato - ma architettato con estrema maestria - nella vita confortevole e apparentemente felice di Ned Merrill, in cui ogni cosa è gradualmente messa in discussione, persino il suo presente (che è invero sorprendente nella malinconica scena finale).
Ho trovato parecchio interessante anche “Una radio straordinaria”, leggendo il quale non ho potuto non ripensare ad uno dei "Sessanta Racconti" di Dino Buzzati, ovvero “Sciopero dei telefoni”. Anche qui ogni certezza pian piano scricchiola e le fobie prendono il sopravvento mentre Irene Westcott origlia le vicissitudini dei vicini grazie alla radio guasta regalatale dal marito. E temendo che la Felicità che negli anni si è illusa di costruire nel focolare domestico e di cui si avvolge ogni giorno come una calda placenta protettiva, Irene scopre gli spaventosi fori che pian piano si allargano, e si allargano e si allargano. Senza lasciarle scampo.

L'ombelico era scomparso, e Neddy si domandò che sensazione avrebbe provato una mano nel toccare i propri attributi nel letto, alle tre del mattino, e nel sentire una pancia senza ombelico, senza legami con la nascita, un'interruzione nella successione della specie?

domenica 13 febbraio 2011

TWEAK BIRD : Tweak Bird


Caleb e Ashton Bird sono fratelli. Caleb e Ashton Bird vengono da Carbondale, cittadina di trentamila abitanti nel sud dell'Illinois. Caleb e Ashton Bird suonano insieme. Caleb e Ashton Bird sono i Tweak Bird. Caleb imbraccia la sua possente chitarra baritona e si avvale del suo bel microfono, Ashton sta alla batteria e ha anche lui ha il suo da fare col microfono. Nel 2007 si affacciano con lo schizofrenico Ep di quattro brani “Bigbone Snakebite”. L'anno successivo preparano i bagagli e approdano nella più consona Los Angeles e arriva così “Reservations”, mini-cd di sette nuove composizioni prodotto da Toshi Kasai (Altamont, recentemente divenuto un terzo dei Big Business) e il signor Dale Crover (che, per chi non lo sapesse, è il batterista dei Melvins), soci nell'etichetta Deaf Nephews (che però non pubblica l'album, ci pensa Volcom). I fratelli Bird attirano un po' di attenzioni coi loro shows, compaiono in alcune trasmissioni televisive, racimolano un bel gruzzolo di ottime recensioni qua e là creando così notevoli aspettative sul futuro prossimo. È il 2010, ovvero l'anno scorso, e Caleb e Ashton Bird completano il filotto col loro primo parto su lunga (?) distanza: Tweak Bird. Sì, disco omonimo. Dieci tracce. Ventisette minuti. Sì, 27 minuti. Vi starete chiedendo cosa potranno mai suonare i due consagnuinei per racchiudere in un così esiguo lasso di tempo dieci canzoni, di cui l'ultima di sei minuti passati. Ecco: provate ad emulsionare mentalmente la ruvidezza dello stoner, un approccio smaccatamente indie-rock, fresche melodie pop, un certo impeto post-punk, un pizzico di southern rock e un pizzico di blues, umori psichedelici e del prog-rock zippato. Se doveste piombare in equilibrio sulla punta dei piedi sull'orlo di una profonda emicrania, per favore, non guardatevi intorno alla disperata ricerca di spigoli che pongano definitivo rimedio alla faccenda, non è mica colpa vostra. Potete risolvere il problema senza fare sciocchezze e mettendo su i Tweak Bird, avrete così una visione chiara (??) del composto (o del groviglio). I due fratelli Bird si danno da fare senza alcuna forzatura, senza calcoli preliminari, senza pavoneggiarsi della loro inafferrabilità. I loro timbri vocali sono quasi femminei, atipici per un sound abituato a grasse barbe alcoliche. "Tweak Bird" è un mix trascinante ed irresistibile che paga il suo inevitabile bel tributo ai Kyuss nei frangenti più desertici, ma potremmo scovare tra le maglie gli attacchi psicotici dei primissimi Blood Brothers, se non gli sferragliamenti dei mai dimenticati Jesus Lizard. Il singolo Lights In Lines (di cui Roud Trippin' è la lisergica protesi) ha tutti i crismi dell'anthem stoner, e Tunneling Through e Sky Ride (che strizza l'occhio ai Black Rebel Motorcycle Club), con le loro ruspanti andature, non se ne stanno lì mica a cazzeggiare. Siamo anche certi che i Dead Meadows gradirebbero la sciamanica Flyin' High, mentre acidi vapori in technicolor si elevano serpeggiando da cumuli di carboni ardenti col sassofono di A Sun / Ahh Ahh. Insomma, se arrivando a Distant Airways si dovesse illuminare nella vostra capoccia il mega-schermo con su scritto King Crimson rilassatevi, non state affatto dando di matto. È proprio tutto vero.

(Volcom, 2010)

The Future / Lights In Lines / Roud Trippin' / A Sun/Ahh Ahh / Beyond / Tunneling Through / Sky Ride / Hazement In The Basement / Flyin' High / Distant Airways

sabato 5 febbraio 2011

[OCCHIO | SCISSO]

In questo blog propongo alcuni scritti autonomi ed estratti dalla raccolta di racconti alla quale sto attualmente lavorando. Buona lettura.

lunedì 20 dicembre 2010

NADJA & OvO : The Life & Death Of A Wasp


Da due creature tanto particolari non potevamo che attenderci un parto tanto sbilenco quanto fosco e malato. Più che il processo vitale di una vespa questo lavoro sembra un restringimento di campo sulla sua sola sofferente agonia. I canadesi Nadja di Aidan Baker e i transfughi italiani Bruno Dorella e Stefania Pedretti, also known as OvO, danno vita ad un opprimente scenario che non ha alcuna pretesa di accessibilità, che non concede minimi spazi alle melodie, che è pura crittografia sonora. The Life & Death Of A Wasp è un trip psicotico diviso in quattro movimenti che s'innesta nell'alienante filone dell'avantgarde contemporanea. I Nadja imbastiscono spessi bordoni di suono che si intrecciano col drumming ispido di Dorella, che è supporto per i sinistri soliloqui della Pedretti, a volte alle prese con formicolii vocali che rimandano agli incubi insettiformi di Cronenberg, altre volte si profonde in indemoniati spoken da autentica strega, altre ancora in sinistre salmodie in growling. Si materializzano così gli inferi della psiche, larghe zone d'ombra che si espandono progressivamente e che non lasciano scampo ad alcuna forma di vita; ogni cosa appassisce e cade in rovina una volta raggiunta dalla tenebra. C'è parecchia aria doom tra questi solchi: è minimale e scarna quella di A Wasp Flying Around The Sugar, è marziale e soffocante quella di Put Some Sugar In My Cup, Please. La fisionomia dei brani è sfocata come lo sono i tratti di un volto al di là di un vetro sabbiato: non ci sono strofe, tanto meno ritornelli, sono il percorso di un fluido appiccicoso che sgorga dagli interstizi del pavimento e il rischio di rimanervi incollati come mosche non è poi così remoto. Della vita della vespa, tornando a far riferimento al titolo, come vi abbiamo detto, non v'è alcuna traccia, a meno che questa non sia funestata dagli incubi e oppressa dagli spettri. Spettri che si manifestano negli echi iniziali di Drowned In Coffee, che cresce d'intensità fino a rasentare l'inabissamento di un gigantesco iceberg con centinaia di corpi umani intrappolati all'interno, piccole e smilze larve dal volto rappreso in un silenzioso grido di raccapriccio. Servono forti e allenate difese mentali per non lasciarsi trascinare giù, tra le fiamme dell'inferno, una volta che Nadja e OvO vi avranno afferrato la testa con una maligna mano artigliata. E a quel punto ogni via di fuga sarà sbarrata, e voi intrappolati dentro. O ancora peggio, sepolti vivi.

(Vendetta, 2010)

A Wasp Flying Around The Sugar / Trapped In The Jar / Put Some Sugar In My Cup, Please / Drowned In Coffee

venerdì 10 dicembre 2010

PSYCHOCEAN : "Luminescence" out now!


Da venerdì 26 novembre 2010 è disponibile in download gratuito su www.psychocean.org “Luminescence”, primo full-length degli Psychocean a tre anni di distanza dall'ep “Embryonal Confinement”.

Sul nuovo album compare, in veste di special guest, il cantante dei Novembre Carmelo Orlando, alla voce in alcune parti di “Luminescent Twin”, mentre le due copertine, fronte e retro, sono opere del pittore Tobia Ravà.

L'album è pubblicato in download gratuito su licenze Creative Commons e in via autoprodotta. La copia fisica del cd comprende l'artwork più un cd-r vergine serigrafato in nome della separazione tra l'essenza, la musica, e l'accessorio, il supporto plastico.

Questa è la tracklist:
1. Ganymede
2. Fractal
3. Black Sidereal Abyss
4. Hypnagogic Hallucinations
5. Meridian Zero
6. Opalescence
7. Luminescence
8. Faceless The King
9. Luminescent Twin (feat. Carmelo Orlando)

L'album è ascoltabile e scaricabile anche da Jamendo.

lunedì 29 novembre 2010

ISOBEL CAMPBELL & MARK LANEGAN : Live @ Tunnel, Milano, 28 novembre 2010


Le distanze che ho calcolato prima di mettere la mia barba fuori dalla porta di casa sono ben diverse da quelle che realmente percorro per giungere al Tunnel. E, avendo calcolato male le distanze, realizzo già a metà tragitto che gli ultimi due bicchieri d'acqua bevuti prima di immettere la sopracitata barba sul marciapiede sono stati un errore. Un grave errore. Mentre il freddo mi sta erodendo il viso, la vescica ha raggiunto dimensioni ipertrofiche che quasi mi costringono a camminare piegato come un mendicante. E ho ancora un bel po' di strada da macinare. Arrivo, ma c'è il consueto imprevisto fantozziano: una consistente fila all'entrata – e menomale che durante il pomeriggio la pioggia ha smesso di cadere – che in normali modalità sarebbe anche gradevole, ma star farmi al freddo con un gavettone assiso nel basso ventre, si può ben capire, è una tortura che neanche la più diabolica mente cinese avrebbe potuto architettare. Entro, prendo il mio accredito, lascio il giubbotto al guardaroba e mi fiondo alla toilette. Il preambolo sulla minzione è necessario per riferire della causa che mi fa perdere le prime battute di questa serata. È infatti mentre reco sollievo al mio corpo espellendo i liquidi in eccesso, in nome della guerra senza frontiere alla ritenzione idrica, che Harper Simon dà inizio al suo set. Tocca a lui riscaldare gli animi della serata, almeno sulla carta. Ahimè, però, Harper Simon non riscalda proprio un bel niente ed in molti tra il pubblico si augurano che torni piuttosto a riscaldare la poltroncina in camerino il prima possibile, me compreso. È da solo, voce e chitarra acustica, esegue sei o sette canzoni che non si distinguono l'una dall'altra tanto sono simili e prive d'identità melodica. Stilisticamente è un incrocio tra Simon & Garfunkel e John Martyn, con qualche sfumatura vocale che richiama Thom Yorke, ma i paralleli altisonanti vanno presi con pinze e guanti. La gente affluita al Tunnel, che mi pare registri il pieno, non si cura della presenza del povero Harper Simon, letteralmente sopraffatto dal chiacchiericcio incessante, cui si somma un volume troppo basso che non lo aiuta a farsi considerare. Noioso e monocorde, dopo venti minuti dal suo inizio il set giunge al termine. Bye bye Harper Simon, temo che di te non sentirò parlare per un pezzo, stando così le cose.

Ore ventidue e Mark Lanegan e Isobel Campbell fanno il loro ingresso sulla ribalta con la band che li accompagna. Lui è serio come fosse un calco di gesso, lei è meno bella che in foto, me lo si conceda. Partono coi primi quattro solchi dell'ultima fatica, quell'”Hawk” che m'ha davvero entusiasmato, ma partono a mio avviso coi pezzi migliori e qui storco un po' il naso. Poco male, You Won't Let Me Down Again si conferma un gran pezzo, compatto, southern fino al midollo. Dal vivo la carica emotiva dei brani rimane la stessa, anzi, emerge con maggiore vigore l'anima blues e bucolica da entroterra americano, quello dei granai e dell'essenza yankee. Nel frattempo, nell'anfratto di platea in cui mi trovo ubicato, tra chi passa a destra, chi passa a manca, chi si sposta di qui e chi di là, finisco accanto a due signorine più che trentenni. Una bionda e una mora. Si danno gomitate complici ad ogni ingresso vocale di Lanegan proprio come se stessero sfogliando un numero di Cioè segnalandosi il belloccio del momento, ma la cosa peggiore sono i balletti che la mora comincia ad improvvisare ad ogni brano, attirandosi gli sguardi severi di chi mi sta accanto. La situazione ha un coefficiente di irrealtà piuttosto alto, tenuti presenti i ritmi blandi della musica proposta dai due musicisti americani. Vorrei informarla che ha sbagliato posto, che non è il concerto dei Motley Crue questo, soprattutto quando mi urta nel bel mezzo di uno dei tanti appunti che prendo al buio (e non sto qui a dire a quali abilità di decifrazione dovrò ricorrere una volta a casa al cospetto di quegli scarabocchi). Si cheterà più avanti, con buona pace dei miei appunti – che però peggiorano in calligrafia. Nel frattempo Isobel e Mark stanno dando una bella spolverata al loro repertorio proponendo Honey Child, What Can I Do? direttamente dal loro esordio, e a seguire Ballad Of Broken Seas, al termine della quale Lanegan proferisce finalmente le sue prime parole, ovvero un “thank you” avvolto nel suo timbro baritonale. E siamo già all'ottavo brano in scaletta. Per tutta la durata dell'esibizione terrà una maschera di ghiaccio, la mano sinistra sul microfono, la destra ad impugnare a metà altezza l'asta, racchiuso nel suo carapace che è invero anche uno spesso muro che lo separa dal pubblico. Finisce “Ballad Of Broken Seas” e all'improvviso l'ex frontman degli Screaming Trees si dilegua nel backstage, lasciando la scena alla sola Campbell, che si immerge in Black Mountain e Saturday's Gone, anch'esse estratte dal primo full-length. Lanegan torna e tornano anche i fischi e gli inneschi di frequenza che tormentano a più riprese l'esibizione dei nostri. I quali tirano fuori una Back Burner bella fumosa (qui siamo al secondo lavoro, “Sunday At Devil Dirt”), poi Time Of Season che sa tanto di Lynyrd Skynyrd e di nuovo un altro breve passo temporale indietro con Salvation. Scatta l'irresistibile Get Behind Me e qui non posso mica dar torto al balletto della mora, che si scatena al ritmo del dirompente rockabilly ordito dalla cricca sul palco. Sedici brani in settantacinque minuti e il set finisce qui. Fine? No, non è finita, è tempo di extra richiamati a gran voce da un pubblico che ne vuole ancora, sottoscritto compreso. E allora Lanegan e la Campbell tornano sul palco e ripartono con la notturna e affascinante Revolver, rimanendo ancorati all'esordio con la nenia di (Do You Wanna) Come Walk With Me? prima, e la tomwaitsiana Ramblin'Man poi, con la Campbell che fischietta che è una meraviglia. Ma il colpo di scena, la sorpresa finale, la ciliegina sulla torta, un-altro-luogo-comune-per-esprimere-stupore sta arrivando e, giuro solennemente senza incrociare neanche un misero pelo del mio giovane e candido corpicino, che non me lo sarei immaginato: a) perché è una delle mie canzoni preferite di Mister Lanegan, quindi mi pare una manna miracolosa che suonino proprio quella; b) perché non tengo in conto una rovistata nel Lanegan solista. Insomma, dulcis in fundo, è tempo di una Wedding Dress ancora più acida e graffiante di quella contenuta in quel capolavoro che è “Bubblegum”, con quelle chitarre in crunch che sfrigolano e trasudano elettroni, dipanandoli in ogni dove. The end could be soon, we'd better rent a room, so you can love me, non posso non cantare dopo quel sinuoso Ba dadadada, ba dadada dadadada. Ah, che soddisfazione, mi gaso quasi allo stesso modo di quando ascolto “Walk” dei Pantera. Meglio di così non possono chiudere, con venti canzoni eseguite in maniera impeccabile, un'ora e mezza di alta professionalità ma, forse, anche di eccessivo distacco con un pubblico ad ogni modo caloroso. Sarà una fisima chic? O un vero e proprio approccio “spirituale” alla performance? Non lo so, fatto sta che la mia vescica è leggera come un fiocco di neve e pronta per la traversata di ritorno.

mercoledì 29 settembre 2010

JOANNA NEWSOM : Live @ Teatro dal Verme, Milano, 27 settembre 2010


Quando arrivo all'ingresso del Teatro dal Verme le condizioni climatiche si sono già sistemate da un bel pezzo ma è evidente che ormai l'estate a Milano sta per diventare un ricordo. La temperatura, fresca quel che basta per non tramutarsi in gelo, è quella ideale per un concerto come quello di Joanna Newsom, ormai con merito divenuta eroina del panorama folk internazionale. Per qualche attimo, sempre davanti l'ingresso del teatro, temo però di finire personalmente annotato nel libriccino nero dei più punkabbestia della serata nonostante indossi un sobrio maglioncino e dei gentilissimi pantaloni quasi skinny verdastri: inevitabile che si raduni a questi eventi un certo intellettualismo estetico fatto di occhialoni che nessuno si filava più da vent'anni, giacchette lise e acconciature da fighetti efebici. Ma è da sottolineare come, grazie ad una visione panottica della platea una volta preso posto in sala, mi colpisca piacevolmente la presenza di molte persone abbastanza avanti con l'età, dettaglio a me del tutto inatteso. Vorrà pur dire qualcosa, questo. Ma, chiusa l'inutile parentesi sui miei complessi d'inferiorità riguardo la mia scarsa competitività nei trend della moda, alle 21 in punto rompe il ghiaccio un supporter di cui non possiedo notizie biografiche, tanto meno mi attendo che dovesse aprire il concerto di Joanna Newsom. Alasdair Roberts da Glasgow si presenta sul palco con la sola chitarra acustica in mano – non nudo però, ha dei bei pantaloni rossi indosso e pure una camicia, e il tutto mette in evidenza la sua alta statura coniugata ad uno scarso volume muscolare – e per mezz'ora abbondante propina le sue rivisitazioni di traditionals irlandesi e scozzesi inclusi nel suo album “Too Long In This Condition” (il titolo del disco è stato una delle fortuite notizie carpite durante i suoi brevi interventi tra le canzoni, constatato il suo stretto accento scozzese). Niente per cui spendere molte parole, eccetto la sua bravura nel fingerpicking e nell'uso di particolari accordature – tant'è che gli intervalli tra brano e brano erano puntellati dalle corde che si arcuavano e impennavano a seconda delle sue necessità tonali -, sei brani monocordi cantati sì con convinzione ma nulla più. Bello il secondo brano di cui sconosco il titolo, dopodiché il volenteroso Alasdair inizia a farsi un po' pesante allo stesso modo in cui si farà pesante la pizza che mangerò più tardi al momento di abbozzare questo articolo e che mi farà sudare in piena notte come un chicco di riso lesso. Alasdair non mi fa sudare ma, in compenso, non mi fa vedere l'ora che concluda la predica e sloggi. Alasdair finisce e ringrazia, se ne va e il cambio palco dura dei bei venti minuti, ed è proprio qui che noto la presenza di tante teste canute, come vi ho già detto. L'arpa di Joanna Newsom è imponente in mezzo al palco e il tecnico – che però è una donna, e nel dubbio mi esonero dall'ardito utilizzo della parola “tecnica”, chiedo scusa – impiega un bel po' ad accordare ogni corda. Puntuale tanto da spaccare un capello in quattro, le luci sfumano con dolcezza e alle 22 Joanna e la sua band di supporto entrano in scena e da questo punto in poi mi dimentico solennemente tutto quello che è avvenuto durante tutta la pesante giornata affrontata. Lei ha l'innocenza di un'adolescente non ancora matura nonostante abbia ventotto anni, va sul palco col passo accelerato ma assolutamente aggraziato delle studentesse in ritardo dopo il suono della campanella. Comincia ad accarezzare le corde per il primo brano ma si ferma. Sorride, I've got new strings, dice (ecco compreso il motivo di un così lungo check all'arpa durante il cambio palco). Sorride nuovamente e sistema la disarmonia. Mi sorprende la sua timidezza in perfetto equilibrio con l'agilità nell'affrontare il pubblico. È timida, e si vede, ma assolutamente a suo agio. Ha un fascino incredibile. Ma, chiusa l'inutile parentesi sull'ascendente che la meravigliosa Joanna esercita su un fallito imbrattacarte come il sottoscritto, tutto comincia dopo la falsa partenza. Il viaggio comincia da lontano, ad aprire è la breve Bridges And Balloon, che è anche opener del suo primo album, “The Milk-Eyed Mender” del 2004 e funge da intro al resto della scaletta. Arrivano subito le presentazioni del gruppo che la supporta e poi si riprende con la title-track del grandioso ultimo lavoro “Have One On Me” ed il suo fiabesco sovrapporsi di cori sul finale. Tutti lì dentro ci emozioniamo e parte il primo di una serie di lunghi applausi che mettono ancor più in evidenza la garbata riservatezza della giovane musicista californiana. Che però tira fuori dal cilindro la coppia di canzoni da me più attesa, Easy e la commovente Cosmia, che mi mette davvero la pelle d'oca. Se già su disco la pregiata fattura delle composizioni è evidente, dal vivo questa è riproposta al cubo. La Newsom è sostenuta da una band eccellente (un chitarrista che maneggia anche ukulele e mandolino con estrema bravura, un batterista, un trombettista, due violiniste), strumentisti preparati e sensibili alle sottolineature dei momenti topici senza essere invadenti, con un estro formidabile nelle dinamiche e ottimi anche nelle operazioni di sostegno, sia ritmico (bellissimi i battiti di mani in controtempo), sia vocale (certi cori venano di gospel e blues ben più di un frangente). Quando i tocchi sull'arpa s'infittiscono mi sento sfiorato da morbidi flussi acquatici ma non mi è neanche raro perdermi in fantastici labirinti di un surreale giardino. Le architetture delle canzoni mi lasciano davvero basito per come vengano eseguite e scorgo una certa propensione alla rivisitazione di un certo approccio prog: non mi sento affatto criminale se tiro in ballo i Gentle Giant negli improvvisi cambi di tempo e struttura di alcuni pezzi. Dopo In California, uno dei sei estratti dall'ultimo disco, Joanna si ferma per un “really quick tuning check” che poi così “really quick” non è, tanto che il chitarrista, dal cognome di chiare origini italiane, interviene per sollevare la Newsom dal disagio rivelando a tutti noi di avere antenati di Lucca. Quant'è piccolo il mondo, anche se non siamo a Lucca bensì a Milano. Insomma, finisce anche quest'altro simpatico siparietto e nel frattempo Joanna è passata al pianoforte per intonare Inflammatory Writ, altra gittata d'occhio sull'esordio. La Newsom interpreta ogni brano con una precisione vocale da brivido, alterna con estrema disinvoltura timbrica e falsetti e mi domando come possa essere tanto precisa nel canto mentre tesse quelle scintillanti trame soniche sull'arpa. Gli applausi continuano ad essere lunghi, caldi e fragorosi e sfilano così anche Autumn e Good Intentions, prima di Monkey And Bear che chiude il set quando io e tutti i presenti ne vorremmo ancora per tutta la notte. Due ammiratori donano alla bella Joanna due mazzi di fiori giusto per dimostrare di essere tipi originali e lei ringrazia facendo spallucce e sorridendo e guadagna il backstage. Come da copione, un concerto così non può finire senza un extra. Passa neanche un minuto di ovazioni e richieste di bis e la Newsom e compagnia sono di nuovo ognuno al posto che avevano da poco lasciato. Se erroneamente penso che oltre il picco di pathos raggiunto con “Cosmia” non potrei andare per stasera è solo perché non ho ancora fatto i conti con Baby Birch: la versione in studio, ve l'assicuro, per quanto raffinata ed elegante possa essere, è, vi assicuro di nuovo, un nulla in confronto a ciò che viene eseguito sul palco: leggera e confidenziale si apre e cresce lenta ed inarrestabile fino alla coda intarsiata di celtiche fantasie, che è qui ben più lunga di quella che si trova su disco, e si eleva con un climax da paura che si libra su, si alza e si alza e il tetto del teatro si schiude come un guscio e fluttuo lontano da qui, in un posto che non potrei definire perché le parole hanno un limite di fronte a certe emozioni. Vorrei piangere ma ho la barba e la faccia seria da uomo brutto sporco e cattivo, quindi mi astengo. Stavolta finisce davvero, dopo un'ora e quaranta che non dimenticherò perché voglio ricordarla per quello che è stata: una vera e propria esperienza artistica. Niente è rimasto in balia del caso, ogni suono calibrato alla perfezione, ogni singolo passaggio pennellato con classe, niente fuori posto. Joanna Newsom si conferma strepitosa strumentista e impressionante cantante, padrona del palco e affabile col pubblico. Ok, sì, è pure così affascinante che vorrei inoltrarle una seria proposta matrimoniale. Lo so, sognare è molto bello.


Bridges And Balloons / Have One On Me / Easy / Cosmia / Soft As Chalk / In California / Inflammatory Writ / Autumn / Good Intentions / Monkey And Bear / Baby Birch

venerdì 30 aprile 2010

SLEEPYTIME GORILLA MUSEUM : Grand Opening And Closing



Pensi alla California e si configurano spiagge assolate affollate da bikini riempiti fin quasi a scoppiare da ben di dio assortito, pensi a megamuscolosoni a forma di bagnino sulle torrette,pensi a palme e strade larghissime rigogliose di traffico e vita. Lì dove splende il sole però, esistono zone oscure, buchi neri che paiono assorbire ogni apparente felicità, masticarla e risputarla all'esterno sotto forma di sogno rivoltato. Gli Sleepytime Gorilla Museum incarnano alla perfezione questi banchi di nera nebbia sotterranea. Influenzati da un cupo surrealismo, il nome della band viene direttamente dal mondo dadaista: il 22 giugno 1916 ebbe luogo l'inaugurazione di un fantomatico museo da opera di un nugolo di dadaista riunitisi sotto il monicker di "Sleepytime Gorilla Press". L'esibizione di quel giorno fu un incendio che portò alla chiusura del loco. Non esistono però fonti certe a riguardo, il tutto potrebbe anche essere una semplice invenzione dei membri della band, e visti gli ambienti artistici dai quali sono influenzati la cosa non ci stupirebbe affatto. Leggenda o fatto reale, il titolo del primo album, Grand Opening And Closing, viene proprio da questo happening. Oggi, a far parte della combriccola c'è gente che non è affatto di primo pelo: il chitarrista/cantante Nils Frikdahl inquietava l'underground americano già a metà anni Novanta coi suoi perfidi Idiot Flesh in compagnia del bassista Dan Rathbun (che è, tra l'altro, inventore e costruttore di molti strumenti impiegati dalla band durante le proprie performance); la violinista Carla Kihlstedt, oltre ad essere impegnata in un interessante progetto solista, è membro di Charming Hostess e Tin Hat Trio (e solo in occasione del successivo album degli SGM si aggiungerà alla line-up il batterista degli Skeleton Key Matthias Bossi). Il museo degli incubi schiude lento i battenti e ci risucchia immediatamente in una caduta verso gli inferi dell'anima umana. L'inno all'insonnia di Sleep Is Wrong è un efferato requiem dove la voce di Frikdahl si staglia per latrare come una belva assassina mentre martellamenti industrial alla Swans si alternano a cabarettistici momenti di decompressione. I timorosi non possono più abbandonare lo spettacolo, manette di ferro inossidabile ne bloccano i polsi ed è vietato non guardare. L'alternanza di furiose apertura post-metalliche con apparenti calme che nascondono inquietanti riverberi notturni è la spina dorsale dello stile degli Sleepytime, che pagano un forte dazio ai maestri dell'avant-prog più surrealista, i Thinking Plague. Ambugaton si districa all'interno di sghembe geometrie, così come il velenoso hard-rock di 1997. Carla Kihlstedt ci sussurra l'inquietudine di una giovane donna come se stesse descrivendoci la scena ritratta in un'impolverata e decrepita fotografia che sembra rimasta impigliata in una gigantesca ragnatela che gode di vita autonoma (Ablutions). Le voci di Nils e Carla s'intrecciano in un visionario dialogo, come due tetri gemelli siamesi. Il ghigno malefico che espone denti aguzzi sotto occhi neri come l'abisso diviene materia tangibile nell'angoscia soffocante di Powerless: qualcosa striscia nei dintorni, lo percepiamo. Gli intenti "anti-umani" dichiarati dal gruppo pulsano da sotto il pavimento, lo rigonfiano e lo lacerano per fuoriuscire come rigurgiti di un'oscura creatura sotterranea. Ma prima che il tutto venga definitivamente a galla ci sono le carezze di una mano defunta nella ninna-nanna di Sleepytime e i rimbalzi fuori controllo di The Stain, sorta di King Crimson rielaborati dal Cappellaio Matto di Lewis Carroll. Il sipario cala sul carillon di Sunflower, sul quale ruota, vestito a festa, il cadavere dell'uomo contemporaneo. Come pochi altri là fuori gli Sleepytime Gorilla Museum sono in grado di evocare fobie che conducono alla pazzia. Le loro mani sono artigliate e pronte a sferrare attacchi letali alla coscienza. La rivolta contro l'ipocrisia della vita di tutti i giorni è qui servita in tutta il suo candido orrore. Abbandoni ogni speranza chi ha il coraggio di entrare nel museo dell'anti-umanità.

(Seeland, The End Records, 2001)

Sleep Is Wrong / Ambugaton / Ablutions / 1997 / The Miniature / Powerless / The Stain / Sleepytime / Sunflower

martedì 19 gennaio 2010

LIBRI : David Foster Wallace, Brevi Interviste Con Uomini Schifosi

David Foster Wallace ci ha lasciati troppo presto. Sconfitto dalla depressione, altra e forse orrendamente più vera faccia di una società che anela con voracità a quella felicità costruita in laboratorio dai pubblicitari. E di questa società di massa Wallace è sempre stato caustico osservatore e spietato critico, a volte con un estro umoristico esilarante, altre volte con fotogrammi toccanti e profondi. Uscito nel 1999, a tre anni da quell'enorme successo di pubblico e critica che fu “Infinite Jest”, malloppo di oltre 1200 pagine (di cui 100 di sole note scritte di tutto pugno direttamente dall'autore e parti integranti della storia), Brevi Interviste Con Uomini Schifosi è l'emblema del Wallace più sperimentale, lanciato a briglia sciolta nella manipolazione del racconto breve.
Spina dorsale del libro sono le interviste a strani individui tutti affetti da preoccupanti perversioni degli istinti sessuali. Nelle brevi interviste, nelle quali vengono riportate soltanto le risposte, le domande dell'intervistatrice sono un continuo omissis, chiedendo così uno sforzo comunicativo al ricettore, invitato a ricostruirle. Ma le domande, in sostanza, non contano. In apparenza astrusi e paradossali, questi frammenti di lingua parlata (a volte sembrano delle bobine trascritte) rivelano piano piano una normalità paralizzante. Tutto è assurdo ma nello stesso tempo realistico. Tutto è possibile. Il tono cinico e sferzante che a momenti sprofonda in un surrealismo grottesco è la risultante di un processo di certosina vivisezione della realtà, masticata e poi sputata in faccia al lettore in tutte le sue più inquietanti forme. Quelle di cui nessuno vorrebbe mai sentir parlare, salvo poi restare incollato alla tivvù, in nome di un voyeurismo che ha superato ormai ogni soglia di decenza, quando un caso del genere oltrepassa i limiti del privato e assurge all'altare della cronaca. Ci si imbatte così in una sequenza di piccoli mostri quotidiani: dal sostenitore del partito democratico americano, che all'acme dell'orgasmo urla slogan di incitamento verso la sua fazione politica, al focomelico Johnny Moncherino, che col suo braccio sottosviluppato adesca, impietosendole, un consistente numero di donne per poi portarle a letto. O l'uomo di servizio nelle latrine di lusso, impassibile come una statua di marmo, che distribuisce asciugamani puliti a ricchi che defecano ed emettono i flati e le puzze più infestanti solo in cambio di qualche spicciolo. O ancora il tizio che fa leva sui punti deboli e sui traumi d'amore di una ragazza per sedurla, farci del sesso e mollarla. O l'altro che vuole convincere la sua donna che quello che le fa di tanto male non vorrebbe farlo. Wallace scruta dal buco della serratura nella stanza degli orrori ma senza urlare allo scandalo. Sa bene che questa è la brutale normalità. Ma non è soltanto questo il materiale di "Brevi Interviste". Alcuni degli episodi inclusi sono tra i migliori suoi scritti. Il salto dal trampolino di una piscina comunale diventa metafora del lancio nel vuoto e delle scelte che si parano davanti ad un tredicenne che entra nella difficile fase della pubertà, con una scena descritta con un tono poetico ma mai ampolloso che si muove lenta, come una moviola emotiva ricca di dettagli (Per Sempre Lassù). C'è il bellissimo Sul Letto di Morte..., ultima dichiarazione, sul suo capezzale, di un padre che ha sempre odiato il figlio, eterno rivale nella vita. C'è il geniale Ottetto, in cui i meccanismi della metafinzione vengono rivelati con gli schemi di costruzione di un microracconto o costruendone alcuni (i cui paragrafi vengono chiamati Quiz a Sorpresa) in cui i protagonisti sono la coppia X e Y, due amici alla deriva. L'onirico Chiesa Fatta Senza Le Mani che sfuma i contorni della realtà catapultandoci in una dimensione tortuosa dai piani che sfalsano. O il lapidario Una Storia Ridotta All'Osso della Vita Postindustriale, istantanea di un incontro tra un uomo ed una donna racchiuso in otto righe e mezzo che, rielaborando il minimalismo del primo Raymond Carver, ci lancia davanti gli occhi ad una velocità paurosa tutta l'assenza di sentimento che impera in gran parte dei rapporti sociali. Spigoloso ed al limite del sopportabile è La Persona Depressa, racconto che ruota intorno ad una giovane depressa che assilla ogni persona che la circonda raccontandole le sue sfighe ed i suoi sbalzi d'umore, talmente egoista e disinteressata ai sentimenti altrui che induce la sua psicanalista a suicidarsi. Se la storia, nel suo complesso, si rivela addirittura geniale, lo stile e la struttura che la informano rende la lettura abbastanza difficoltosa: ridondanze a mai finire, lunghissime note che sono racconti nel racconto (avvalendosi così di una tecnica cara a Borges, ad esempio, quella della “moltiplicazione interna del racconto”) che, se da un punto di vista tecnico-stilistico sono una vera leccornia, dall'altro, per chi non è interessato ai dettagli tecnici ma è solo in cerca di "una storia", rendono il tutto estremamente cervellotico, quasi spossante. Di sicuro un'anticipazione di quello che sarà il materiale che verrà incluso 5 anni più tardi in “Oblio”, raccolta di romanzi brevi in cui lo stile di Wallace diventa un vero e proprio labirinto in cui il rischio di perdersi è costantemente dietro l'angolo.
Wallace crea marionette incarnanti perversioni e aberrazioni che altro non sono che proiezioni, in microscala, delle nevrosi di massa che innervano la società postindustriale tutta. La sua è una prosa geniale che mescola senza soluzione di continuità registri alti e forbiti (con una padronanza dei linguaggi settoriali a dir poco spaventosa) ad altri più bassi e colloquiali che lambiscono il volgare. Tutto costruito con una maestria davvero rara. “Brevi Interviste...” è un libro ostico, a tratti difficile da seguire, basta deconcentrarsi per poche parole e si rischia di perdere il bandolo della matassa. E così è per quasi tutta la produzione dello scomparso scrittore americano. Per chi non avesse ancora confidenza con lo stile del Nostro, il consiglio è quello di cominciare con “La Ragazza dai Capelli Strani” nell'elegante edizione di Minimum Fax, la sua prima raccolta di racconti uscita nel 1989, quando ancora quel nodo alla gola che gli ha fermato per sempre il respiro era abbastanza lontano ma, probabilmente, già annunciato.