domenica 20 marzo 2011

LONG DISTANCE CALLING : Long Distance Calling

 
Parlare in termini entusiastici di una band o un disco ad ogni post ridurrebbe questo blog ad una monotona bacheca di esaltazioni e, detto fra me e me – perché qui io parlo solo con me stesso – la faccenda comincerebbe a recarmi più sbadigli e sonnolenza che altro. Ogni tanto esporre il proprio rammarico per aver sprecato tempo e banda per un disco è un buon toccasana per ripristinare gli equilibri interiori.

I teteshki Long Distance Calling non si facevano vivi da due anni, ovvero da quando con “Avoid The Light” speravo di aver trovato i degni eredi dei Pelican, i quali dopo “Australasia” e “The Fire In Our Throats bla bla bla... “ si sono esposti al pubblico ludibrio con lavoretti che tacciare d'essere Orrendi è voler tenere la lingua educatamente a freno.

Questo eponimo terzo album del quintetto teteshko stenderebbe un orso tanto è inzuppato di luoghi comuni e di latitanza di pathos, quindi prevedibile e tedioso. Quello proposto è il solito copione che francamente conosco a memoria di lunghi brani post-rock tanto ligi ai dettami del genere e compiti che pure quando potrebbero spostarmi la scriminatura dei capelli dall'altra parte della testa con qualche bella sculacciata metallica pare che stiano accarezzando un cucciolo di foca appena nato col timore di fargli qualche graffietto.

Tutto ciò è insopportabile, lasciatemelo dire. Neanche la comparsa di John Bush, ex cantante degli Anthrax e uno che ti fa vibrare le guance come un phon gigante puntato in faccia con la sua vociona possente riesce a risollevare le sorti di questo dischetto: Middleville è una lunga power ballad che pare uscita dai Nickelback (con un po' più di gusto estetico, va detto).

Mi sa tanto che i Long Distance Calling siano degli eterni incompiuti. Ascoltandoli ho rivissuto quei patetici momenti nei ricevimenti scolastici quando la professoressa di turno, col suo sorriso maligno e ricco di soddisfazione informava mia madre – che poi si voltava verso me con un sorriso denso di rassegnazione – di avere un figlio «dalle grandi potenzialità ma che può fare molto di più». Ho pensato proprio a questo.

(2011, Superball Music)

sabato 19 marzo 2011

BELL ORCHESTRE : As Seen Through Windows


Andando a caccia di informazioni su una band mi sono imbattuto in questi Bell Orchestre. Rimasti in disparte per qualche mese, in questi giorni sto dedicando loro del tempo.

Il gruppo, che consta di sei componenti di base a Montreal, Canada, coinvolge anche due membri fissi degli Arcade Fire (Richard Reed Parry e Sarah Neufeld).

È musica sperimentale, di quella che soddisfa i miei appetiti. Sono parecchio astratti e cerebrali senza però scadere in monologhi autistici, hanno una spiccata componente colta senza per questo risultare affetti da irritante saccenteria. Impiegano spesso archi che li avvicinano ad ambienti da camera prossimi alla Penguin Café Orchestra, influenza troppo palese per non venire citata (su tutte l'iniziale Stripes), oltre a strumenti a fiato – tromba, trombone, corno e oboe - che conferiscono sontuose sfumature jazzy (soprattutto nell'emozionante title-track) e orchestrali.

L'umore generale del disco è tra il cupo e il trasognato con la testa ficcata dentro una crepa del muro per osservarne la realtà trasfigurata al di là.

Sanno riprodurre scenari d'oscura poetica ma anche eco provenienti da profondi moti marini (Elephants e c'è Julia Kent dietro l'angolo), poi si lasciano andare in improvvisi accessi gipsy, come dei Gogol Bordello ma più malinconici (The Gaze).

Disseminati qua e là ci sono riferimenti ai Clogs, ai Jaga Jazzist, al minimalismo di Philip Glass e ai The Kilimanjaro Darkjazz Ensemble e in Icicles/Bicycles si lasciano tentare dalla jungle. Il violino di Air Lines/Land Lines sembra venir fuori dalle sonate di Bach.

Tirano fuori pure una bellissima cover di Bucephalus Bouncing Ball di Aphex Twin, facendone emergere il lato melodico nascosto in quel groviglio d'elettronica d'autore.

Hanno pubblicato due dischi, As Seen Through Windows è il secondo – il primo è “Recording A Tape The Colour Of The Light” del 2005, fuori per Rough Trade.

Band davvero interessante da cui attendo un sequel degno, se non di più, di questo album.

(2009, Arts & Crafts)


SOUNDGARDEN : Live On I-5


 L'ho ascoltato oggi pomeriggio sulla loro pagina Facebook, in due rate perché tutto d'un fiato non ce l'ho fatta. È una collezione di canzoni live registrate durante il tour di supporto a "Down On The Upside" del 1996, l'ultimo lavoro in studio in ordine cronologico, fino ad oggi. Fino ad oggi perché i Soundgarden, dopo la fallimentare esperienza solista di Cornell - ridottosi tragicamente a vestire i panni di un aspirante Justin Timberlake quarantenne - hanno deciso di riunirsi, dapprima per alcune date live, negando fortemente la possibilità di scrivere del materiale inedito, salvo poi smentirsi appena qualche settimana fa. Insomma, da fan cresciuto a pane e grunge, con Soundgarden e Alice In Chains come portate predilette, mi preparo al peggio. Ok, Kim Thayil è sopravvissuto con alcune collaborazioni, alcune anche decenti; Matt Cameron s'è dato ai quattro quarti facili facili degli ultimi, discutibili Pearl Jam; Ben Shepherd non pervenuto (ma si vocifera sia stato on buona compagnia con un bel po' di bottiglie).

Che dire di questo live? Bella la tracklist con molti estratti da "Badmotorfinger", il disco che più apprezzo della loro carriera. Buona l'esecuzione strumentale ma niente di eccezionale. Vergognosa la performance di Cornell, spesso fuori nota, incapace di elevarsi vocalmente come in studio (ma questo è un fatto risaputo che è spesso emerso negli ultimi anni di attività della band ed acuito nelle recenti avventure di Cristoforo, vedi i dispensabili e ruffiani Audioslave).

Ah, una Rusty Cage così veloce non l'avrebbero suonata neanche i Sex Pistols - però il tiro ce l'ha. Da censura Jesus Christ Pose: non si può sfigurare un pezzo coi controcazzi come quello in quel modo.

C'è pure una cover di Helter Skelter dei Beatles e di Search And Destroy degli Stooges, per la cronaca. Solo per la cronaca.

Basta, lo mollo, non vorrei che la cena mi restasse qui - sto battendo la mano destra lì dove esofago e stomaco si incontrano amichevolmente.

Di buono c'è una copertina più in linea con la consueta iconografia del gruppo, elemento che era venuto a mancare col recente greatest hits "Telephantasm", in cui Josh Graham - curatore dell'artwork - ha dato il peggio di sé. 

(2011, Universal)


venerdì 18 marzo 2011

VIC CHESNUTT : Ghetto Bells


L'ho tenuto sepolto sotto la polvere per, quanto saranno stati, due anni? Forse tre. Lo avrò ascoltato sì e no un paio di volte, poi distratto da mille altre cose, me ne sono dimenticato. Probabilmente non mi aveva colpito più di tanto.

Piccola pausa di silenzio, poi fischietto guardandomi intorno.

Ok, faccio un sincero e completo mea culpa: non lo avevo capito. Non ero entrato in connessione col mood di questo che, insieme al precedente “Silver Lake”, è l'album più elaborato e quasi quasi il più affascinante del Vic Chesnutt degli ultimi anni.
L'ho (ri)scoperto un paio di settimane fa e ora non manca quasi mai di comparire tra i miei ascolti quotidiani.
Sono quindi due settimane che mi ritrovo con queste note che traspirano dalle casse e mi si posano sulla pelle come delicata brina. Ascoltare il compianto Vic intonare un canto d'amore come Virginia mi stringe il cuore in una morsa. Got To Me, Gnats, What Do You Mean? (in un teatrale scambio di incomprensioni tra Vic, cucciolo su di un trampolino, e un coro di voci femminili, quasi fossero l'incarnazione di una società incapace di accoglierlo e capirlo) sono sinceramente delle gemme di estrema eleganza. Ma è Forthright il gioiello di spoglia magnificenza: mi accompagna dolcemente verso un lago di confortevoli ricordi notturni e, centimetro dopo centimetro, m'immergo e trattengo il fiato e l'acqua mi accarezza e scorre intorno inesorabile, come i pensieri. Fuori parte un temporale che scheggia lo specchio d'acqua, ma in questo liquido tepore ciò non importa. Nulla ha più alcuna importanza.

(New West Records, 2005)


LIBRI : John Cheever , Il Nuotatore


Ritengo che la scelta della Fandango di mutilare “The Stories Of John Cheever”, la raccolta che fruttò al suo autore il Premio Pulitzer nel 1979, sia alquanto discutibile. Le opere fondamentali di uno scrittore, specialmente uno tanto importante (ma poco conosciuto dalle nostre parti) come John Cheever, andrebbero pubblicate nella loro interezza mettendo da parte certe arroganze imposte dal marketing.
In questo libriccino che ha lo spessore di un pamphlet (sono 56 pagine al “modico” prezzo di 5 euro), Fandango pubblica soltanto 3 estratti da quella raccolta, tra cui lo scritto più rappresentativo della poetica cheeveriana, ovvero il bellissimo e toccante “Il nuotatore” (che fu tradotto in opera cinematografica nel 1968 con Burt Lancaster). 
Lo stile di Cheever è pacato ed elegiaco e la sua prosa è avvolta da una semplicità linguistica che non ne ripudia la ricerca. Quelle di Cheever sono storie dell'America borghese di fine anni Cinquanta, quella benpensante che, sotto la maschera sorridente della quotidianità da mostrare ai vicini, occulta inquietudini e malesseri.
Il viaggio di Ned Merrill, il protagonista de “Il nuotatore” che attraversa l'intera contea nuotando da una piscina all'altra, è una serie di incontri che racchiudono ricordi, volti amici e cordiali radunati in feste, ma anche dolorose scie di un passato non del tutto chiuso. È uno sguardo spietato - ma architettato con estrema maestria - nella vita confortevole e apparentemente felice di Ned Merrill, in cui ogni cosa è gradualmente messa in discussione, persino il suo presente (che è invero sorprendente nella malinconica scena finale).
Ho trovato parecchio interessante anche “Una radio straordinaria”, leggendo il quale non ho potuto non ripensare ad uno dei "Sessanta Racconti" di Dino Buzzati, ovvero “Sciopero dei telefoni”. Anche qui ogni certezza pian piano scricchiola e le fobie prendono il sopravvento mentre Irene Westcott origlia le vicissitudini dei vicini grazie alla radio guasta regalatale dal marito. E temendo che la Felicità che negli anni si è illusa di costruire nel focolare domestico e di cui si avvolge ogni giorno come una calda placenta protettiva, Irene scopre gli spaventosi fori che pian piano si allargano, e si allargano e si allargano. Senza lasciarle scampo.

L'ombelico era scomparso, e Neddy si domandò che sensazione avrebbe provato una mano nel toccare i propri attributi nel letto, alle tre del mattino, e nel sentire una pancia senza ombelico, senza legami con la nascita, un'interruzione nella successione della specie?

domenica 13 febbraio 2011

TWEAK BIRD : Tweak Bird


Caleb e Ashton Bird sono fratelli. Caleb e Ashton Bird vengono da Carbondale, cittadina di trentamila abitanti nel sud dell'Illinois. Caleb e Ashton Bird suonano insieme. Caleb e Ashton Bird sono i Tweak Bird. Caleb imbraccia la sua possente chitarra baritona e si avvale del suo bel microfono, Ashton sta alla batteria e ha anche lui ha il suo da fare col microfono. Nel 2007 si affacciano con lo schizofrenico Ep di quattro brani “Bigbone Snakebite”. L'anno successivo preparano i bagagli e approdano nella più consona Los Angeles e arriva così “Reservations”, mini-cd di sette nuove composizioni prodotto da Toshi Kasai (Altamont, recentemente divenuto un terzo dei Big Business) e il signor Dale Crover (che, per chi non lo sapesse, è il batterista dei Melvins), soci nell'etichetta Deaf Nephews (che però non pubblica l'album, ci pensa Volcom). I fratelli Bird attirano un po' di attenzioni coi loro shows, compaiono in alcune trasmissioni televisive, racimolano un bel gruzzolo di ottime recensioni qua e là creando così notevoli aspettative sul futuro prossimo. È il 2010, ovvero l'anno scorso, e Caleb e Ashton Bird completano il filotto col loro primo parto su lunga (?) distanza: Tweak Bird. Sì, disco omonimo. Dieci tracce. Ventisette minuti. Sì, 27 minuti. Vi starete chiedendo cosa potranno mai suonare i due consagnuinei per racchiudere in un così esiguo lasso di tempo dieci canzoni, di cui l'ultima di sei minuti passati. Ecco: provate ad emulsionare mentalmente la ruvidezza dello stoner, un approccio smaccatamente indie-rock, fresche melodie pop, un certo impeto post-punk, un pizzico di southern rock e un pizzico di blues, umori psichedelici e del prog-rock zippato. Se doveste piombare in equilibrio sulla punta dei piedi sull'orlo di una profonda emicrania, per favore, non guardatevi intorno alla disperata ricerca di spigoli che pongano definitivo rimedio alla faccenda, non è mica colpa vostra. Potete risolvere il problema senza fare sciocchezze e mettendo su i Tweak Bird, avrete così una visione chiara (??) del composto (o del groviglio). I due fratelli Bird si danno da fare senza alcuna forzatura, senza calcoli preliminari, senza pavoneggiarsi della loro inafferrabilità. I loro timbri vocali sono quasi femminei, atipici per un sound abituato a grasse barbe alcoliche. "Tweak Bird" è un mix trascinante ed irresistibile che paga il suo inevitabile bel tributo ai Kyuss nei frangenti più desertici, ma potremmo scovare tra le maglie gli attacchi psicotici dei primissimi Blood Brothers, se non gli sferragliamenti dei mai dimenticati Jesus Lizard. Il singolo Lights In Lines (di cui Roud Trippin' è la lisergica protesi) ha tutti i crismi dell'anthem stoner, e Tunneling Through e Sky Ride (che strizza l'occhio ai Black Rebel Motorcycle Club), con le loro ruspanti andature, non se ne stanno lì mica a cazzeggiare. Siamo anche certi che i Dead Meadows gradirebbero la sciamanica Flyin' High, mentre acidi vapori in technicolor si elevano serpeggiando da cumuli di carboni ardenti col sassofono di A Sun / Ahh Ahh. Insomma, se arrivando a Distant Airways si dovesse illuminare nella vostra capoccia il mega-schermo con su scritto King Crimson rilassatevi, non state affatto dando di matto. È proprio tutto vero.

(Volcom, 2010)

The Future / Lights In Lines / Roud Trippin' / A Sun/Ahh Ahh / Beyond / Tunneling Through / Sky Ride / Hazement In The Basement / Flyin' High / Distant Airways

sabato 5 febbraio 2011

[OCCHIO | SCISSO]

In questo blog propongo alcuni scritti autonomi ed estratti dalla raccolta di racconti alla quale sto attualmente lavorando. Buona lettura.